Crisi coreana: a che punto siamo e perché quasi tutti non vogliono un conflitto

Nell'ultimo mese la situazione nella penisola coreana è stata data di volta in volta come vicina, vicinissima, a una guerra. L'imminenza di un conflitto atomico è stata sottolineata da molti media, benché fin da subito fosse chiaro che le eventualità reali di una guerra non erano convenienti per nessuna delle parti in causa.

Analizzando tutti i paesi implicati nella «crisi coreana» si può descrivere un campo nel quale le minacce e le irruenze verbali si sono dimostrate, fino ad oggi, tattiche usate nella più generale strategia giocata nell'area.

Alcuni dei contendenti sono arrivati al confronto in posizioni forti, altri più defilati, alcuni in posizioni molto deboli. E questo equilibrio, unitamente alle imprevedibilità di due leader – Kim Jong-un e Donald Trump – ha finito per determinare comportamenti, scelte e azioni da parte delle nazioni in gioco.

Cominciamo dalla Corea del Nord. Il sentimento anti americano è forte da sempre, fin dall'immediato dopoguerra, negli anni '50, ed è sempre stato cavalcato dai vari Kim che si sono succeduti al potere. Il ricordo del napalm americano, unitamente allo screzio di Bush quando nel 2002 inseri Pyongyan all'interno dell'«asse del male» sono stati sempre parte fondante della propaganda nord coreana. E proprio la mossa di Bush ha consentito di spingere sul nucleare, con una Cina che per questioni geopolitiche ha lasciato fare. Anzi, Pechino ha fornito non poco materiale utile a costruire missili e impianti.

La relazione tra Corea del Nord e Cina, infatti, fin dagli anni '50, è stata di stretta alleanza, tanto ideologica, quanto militare. Di recente Kim Jong-un il giovane leader ha snobbato Pechino, avvicinandosi, si dice, alla Russia. E con la Cina ha sempre giocato a provocare gli Usa, affinché la Cina potesse sostenere la Corea con aiuti costanti. Finché qualcosa si è interrotto e Kim Jong-un memore della fine di Gheddafi, che abbandonò il nucleare per compiacere l'Occidente, ha sottolineato il peso atomico del paese con lo scopo di garantire la sopravvivenza al proprio regime. Di sicuro, nonostante le invettive e le minacce, non è la Corea del Nord a volere una guerra. Kim non è un pazzo: sa bene che non avrebbe scampato dagli Usa e non avrebbe aiuto dalla Cina. Il suo atteggiamento è focalizzato ad alzare la posta del suo abbandono – in tempi tutti da vedere – dell'arsenale atomico.

La Cina dal canto suo non ha mai voluto le intemperanze coreane, figuriamoci l'eventualità del conflitto. Pechino è la base delle trattative in corso, è l'unico paese, nonostante la recente freddezza con Pyongyang, a poter portare a un ragionamento serio Kim Jong-un. Si sta muovendo, sotto traccia, ma in modo determinato e la mancanza di colpi di testa di Kim in questi giorni, forse dimostra la riuscita della trattativa. Lo scopo di Pechino è duplice: portare a un tavolo i contendenti, obbligando Pyongyang a rinunciare al nucleare e altresì obbligare gli Usa a rinunciare ai propri piani militari nell'area a partire dall'installazione del Thaad.

Negli ultimi giorni Washington ha accellerato la preparazione del radar e del sistema antimissile. Pechino ha reagito mostrando la nuova portaerei, la seconda, ma la prima prodotta interamente in Cina. Una guerra sì, ma di nervi.

La Corea del Sud al momento è la parte in causa più debole: è senza governo, forse ancora sconvolta dallo scandalo che ha fatto precipitare la presiente Park e alcune tra le più importanti aziende del paese. Forse anche per questo Trump ha spinto sul Thaad e ha gestito l'intera crisi come se fosse il presidente anche della Corea del Sud. Seul non vuole una guerra, perché se la Corea del Nord fosse in grado di colpire qualcuno, i primi a morire sarebbero i sud coreani.

Gli Usa ad oggi risultano i più imprevedibili sulla scacchiera asiatica, anche perché Trump su Siria e Afghanistan ha dimostrato di avere il «grilletto facile». Ma i recenti complimenti di Trump alle manovre cinesi, benché accompagnate dall'invio di sommergibili nucleari nell'area, potrebbe far pensare a una svolta meno muscolare e più diplomatica da parte anche degli Stati uniti, nonostante i continui richiami a Kim e gli inviti a «comportarsi bene».

Per ora però la situazione sembra essere tornata sotto controllo. Ma questo non significa che si sia risolto il nodo principale, il confronto tra Cina e Usa in un'area del mondo che diventerà sempre più centrale.

@simopieranni

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