In Sudafrica l’ambasciatore Lin Songtian risponde alle accuse di colonialismo che arrivano dagli Usa. E dimostra una sapienza mediatica sconosciuta ai vecchi burocrati. È il prototipo di una nuova generazione di funzionari, guidati dal potente ministro degli Esteri Wang Yi

Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi in una conferenza stampa durante il Congresso nazionale del popolo, Pechino, Cina, 8 marzo 2018. REUTERS / Jason Lee
Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi in una conferenza stampa durante il Congresso nazionale del popolo, Pechino, Cina, 8 marzo 2018. REUTERS / Jason Lee

Zambia, Liberia, Malawi e dal 2017 Sudafrica: la carriera di Lin Songtian – classe 1960 – è concentrata sull'Africa non solo come ambasciatore, ma anche in quanto funzionario del ministero degli Esteri cinese. Quando si pensa a Xi Jinping e alla sua nuova svolta accentratrice, solitamente siamo portati a osservare i suoi più stretti collaboratori, le nomine chiave, per comprendere in che modo, poi, l'immenso potere di Xi dovrà per forza di cose scivolare tra le maglie della complicata burocrazia cinese.


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In quale misura, dunque, la rinascita cinese e la sua nuova postura internazionale troveranno sfogo attraverso le migliaia di funzionari che la Cina ha in giro per il mondo? Dall'Africa, continente sul quale da tempo Pechino “investe” - secondo l'Occidente “colonizza” - arriva un esempio.

Lin Songtian è ambasciatore in Sudafrica dallo scorso anno ma è un diplomatico di lungo corso. Nelle scorse settimane il suo nome è comparso anche in uno dei commenti del Global Times, quotidiano ultra nazionalista, ben felice di celebrare un funzionario cinese che finalmente le canta agli Stati Uniti. La performance di Lin, infatti, non deve essere sfuggita ai vertici del partito comunista.

In pratica: dopo le accuse dell'ex segretario di stato americano Rex Tillerson a Pechino e alla sua politica di conquista in Africa - dichiarazioni effettuate da Tillerson durante un tour nel continente africano -, Lin ha effettuato una conferenza stampa. In inglese e con libertà di domande e risposte.

Il Global Times ha messo in evidenza soprattutto quanto detto da Lin: «Rex Tillerson ha ovviamente scelto il posto sbagliato e l'argomento sbagliato contro l'obiettivo sbagliato. Ecco perché gli africani hanno voluto dire loro stessi a Sua eccellenza il segretario di Stato che le sue parole sulla Cina sono sbagliate e non sono vere» ha spiegato il diplomatico cinese. Non solo, perché Lin ha pure specificato che «Quello che vogliono veramente (gli Occidentali ndr) è mantenere l'Africa così com'era, povera e divisa, in modo da essere sempre controllata dagli altri: ciò di cui si preoccupano è la realizzazione dell'indipendenza economica dell'Africa con il sostegno della Cina, ciò di cui si preoccupano è un'Africa forte che non più essere a loro disposizione».

Insomma Lin ha risposto con toni molti accesi agli Usa. Ma non era mica la prima volta. Qualche settimana prima, a gennaio, Lin era intervenuto in prima persona contro una sorta di Watergate scatenato contro la Cina in Africa: secondo Le Monde, la Cina avrebbe hackerato e spiato i computer dell'edificio dell'Unione Africana ad Addis Abeba, in Etiopia. Palazzo costruito proprio dalla Cina con ingenti investimenti e simbolo della presenza cinese in Africa.

Anche in quel caso Lin ha organizzato una conferenza stampa, negando ogni accusa. Dopo di lui i media cinesi, molto forti e presenti in Africa, hanno diffuso le sue parole, finite anche sui quotidiani africani. In questo modo, secondo gli autori del podcast The China Africa Project, Pechino è in grado di egemonizzare il discorso politico in Africa. Ottimo utilizzo dei media e personalità in grado di squadernare l'abitudine precedenti, ovvero diplomatici cinesi dell'era Hu Jintao in posizione sempre secondaria e quasi nascosta.

Una Cina più decisa a livello internazionale ha bisogno proprio di personaggi come Lin, capaci di trasmettere immediatamente uno scarto.

Del resto si tratta di un segnale non casuale: Xi Jinping sembra sapere scegliere bene i propri uomini così come, in alcuni casi, pare fidarsi di chi era già in posti chiave, qualora ne scorga lo spirito adatto. Il capo di Lin, infatti, è il ministro degli Esteri cinese Wang Yi: anche lui parla un fluente inglese e anche lui si è sottoposto a conferenze stampa poco cinesi. E anche Wang Yi non ha mancato di fare notare il fastidio rispetto a critiche piovute dal rivale americano, come quando non le mandò a dire all'ex segretario di Stato Usa John Kerry o quando rispose in modo piccato a una giornalista canadese in una recente visita in Canada - l'errore della reporter in quel caso fu accennare al tema dei diritti umani, argomento davvero scabroso per i funzionari cinesi -.

E proprio Wang Yi – nella riorganizzazione ministeriale voluta da Xi Jinping – non solo è stato confermato nella carica ma è stato anche promosso al ruolo di Consigliere di Stato per gli Affari esteri, titolo che equivale alla guida della diplomazia di Pechino. Wang sostituisce Yang Jiechi, diventato intanto il responsabile dei rapporti della Cina con gli Usa, una posizione non proprio marginale.

Da parte sua Wang Yi è al ministero degli Esteri dal 1982 e ha ricoperto incarichi chiave tra cui quelli di ambasciatore in Giappone e di direttore per gli Affari di Taiwan del Consiglio di Stato (il governo cinese). Da notare che il rimpasto di governo cinese ha incluso anche la nomina del generale Wei Fenghe, 64 anni, a ministro della Difesa. In passato è stato capo della forza missilistica strategica della Cina e si ritiene che abbia svolto un ruolo chiave nello sforzo del presidente Xi Jinping per riformare le forze armate.

@simopieranni

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