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Espulsa giornalista francese. La stampa per noi e per i cinesi

«Per la giornalista francese Ursula Gauthier, i giorni in Cina sono letteralmente contati: deve abbandonare il nostro paese prima della fine dell'anno dopo aver rifiutato di chiedere scusa per il suo reportage nel quale dimostrava simpatia per i terroristi della regione autonoma dello Xinjiang». Così scrive oggi l'agenzia ufficiale cinese Xinhua, confermando dunque l'espulsione, causa mancato rinnovo del visto giornalistico per la reporter francese.

Gauthier sarebbe dunque colpevole – e non avrebbe accettato di effettuare pubbliche scuse – di aver criticato il governo cinese riguardo le sue politiche anti terrorismo (proprio nei giorni durante i quali sono passate le leggi anti terrorismo in Cina) e in particolare in riferimento alla repressione del «terrorismo ugihuro», al centro di una guerra a bassa intensità nella regione autonoma nord occidentale cinese.

Si tratta di un evento che conferma alcune particolarità del sistema cinese per quanto riguarda la stampa e la libertà di informazione.

Dopo il caso di Melissa Chan, reporter di Al Jazeera espulsa nel 2012 a seguito di articoli sulle «black jail», carceri nel centro delle città dove vengono sistemati petizionisti e attivisti, per essere poi rispediti al proprio luogo di origine, il caso della giornalista francese arriva al termine di un periodo piuttosto duro per la stampa in Cina. Chan venne espulsa dopo un periodo relativamente «buono» nella relazioni tra stampa straniera e Pechino: erano anni che non avvenivano espulsioni di reporter stranieri.

Il mancato rinnovo del visto per Ursula Gauthier, giornalista francese da tempo in Cina e grande conoscitrice del paese, conferma invece una tendenza in atto negli ultimi tempi attuata dal governo cinese che conferma così di mal sopportare le critiche. L'espulsione di Gauthier sembra essere più che altro un avvertimento a tutti: giornalisti cinesi (che finiscono in carcere o sono licenziati con estrema facilità) e giornalisti stranieri.

Un monito, dunque.

Il secondo punto riguarda invece più in generale il concetto di stampa e giornalismo in Cina. Per i funzionari del Partito comunista e per i cinesi in generale, la stampa coincide completamente con il concetto di «propaganda».

Le informazioni, i programmi televisivi, gli articoli di giornale devono riportare quanto accade e sottolineare le attività positive del governo. Questa è l'informazione per un paese che non ammette, specie negli ultimi tempi, alcuna critica al proprio sistema, perché ritiene che tutto quanto mette in discussione l'operato del governo finisce per portare a confusione sociale, mettendo così in crisi l'impianto generale della Cina.

I cinesi, generalizziamo per motivi di spazio e tempo, non hanno un concetto di «stampa» come possiamo ritenere di averlo, nella gran parte dei casi, noi occidentali. Va sottolineato del resto che questa tendenza a chiedere che la stampa sottolinei i lati positivi dell'attività di governo è qualcosa che accomuna Pechino a molti governi occidentali, ma è innegabile che esistano differenze, ancora, di rilievo.

In Occidente si può criticare un governo, anche in modo duro e feroce, senza finire in carcere, o espulsi, o senza avere ritorsioni di natura personale (nella maggioranza dei casi).

I cinesi si sono espressi sui siti internet dei quotidiani filo governativi del Global Times (iper nazionalista) e del China Daily, leggermente più moderato. La sensazione è che i cinesi vivano, in gran parte, con una sindrome di accerchiamento da parte dell'Occidente (che in alcuni casi è pure vero, in quanto resistono stereotipi e superficialità quando si parla di Cina).

Secondo molti dei commentatori, ad esempio, la Cina verrebbe criticata per la sua politica di repressione contro il terrorismo di stampo islamista radicale, mentre nel resto del mondo verrebbero invece esaltate le attività dei governi contro lo stesso fenomeno. Si tratta di un atteggiamento che può essere compreso, pur essendo sbagliato.

Anche in Europa, basti pensare alla Francia, non sono mancate critiche alle reazioni dei governi rispetto agli ultimi attentati terroristici. Pur essendoci stata una condanna unanime contro gli attentatori, il governo di Parigi è stato duramente criticato per le sue reazioni, ad esempio per quanto concerne i diritti individuali lesi dallo «stato d'emergenza».

Il problema è che la lettura spesso solamente «geopolitica» dei fatti che viene compiuta dalla stampa cinese, che si «specchia» nel suo governo, finisce per tenere nascosto ai cinesi, non solo le operazioni più rischiose della propria leadership, ma anche le critiche alle autorità straniere.

@simopieranni

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