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I problemi del credito in Cina

Le banche cinesi sono in crisi? Esiste un problema del credito? Parrebbe di sì, stando a molti articoli apparsi sui quotidiani economici e secondo un report della banca centrale cinese. Il tutto va a sommarsi ai sospetti che il rallentamento economico più generale del paese, possa creare nuove difficoltà, non solo alla Cina.


Nel maggio scorso il Wall Street Journal aveva lanciato un primo allarme: «Gli economisti sono alla ricerca di qualche indicazione per capire se il crollo del primo trimestre della Cina si stia invertendo», ma i dati di aprile suggeriscono che il rallentamento del mercato immobiliare sta avendo un effetto trainante sulla produzione delle fabbriche, le vendite al dettaglio e gli investimenti in macchinari, terreni e altri beni fisici, i quali hanno prodotto tassi di crescita più lenti rispetto a un anno fa.

«Le cifre sono piuttosto gravi - ha detto Li-Gang Liu, economista presso Australia & New Zealand Banking Group Ltd. - è un campanello d'allarme per i decisori politici per un'azione più decisiva se fanno sul serio sul loro target di crescita del 7,5%».

E poi ci sono le banche. Problemi legati al credito e a investimenti che non ritornano, anche a causa di quelle sacche di corruzione che il presidente Xi Jinping sta cercando di combattere in ogni modo.

Nel 2012 a Wenzhou, città del sud cinese e polmone economico della «fabbrica del mondo», molte aziende furono costrette a chiudere. Alcuni imprenditori scapparono o si suicidarono, senza pagare i propri dipendenti. Emerse allora il fenomeno del «credito ombra» e dei «bad loans» delle banche cinesi. Il governo aveva bloccato i prestiti delle banche statali, che continuavano però a finanziare progetti e investimenti, ottenuti dalle grande aziende di Stato, senza un ritorno, mentre le piccole e medie imprese venivano soffocate dalla mancanza di liquidità, a causa del rallentamento delle esportazioni per la crisi economica globale. E in mancanza di prestiti regolari, si rivolgevano al credito «ombra», una forma di usura a tassi alti.

Il fenomeno appare tornato in voga oggi, in Cina, ma con dimensioni ben più imponenti. Nell'ultimo rapporto presentato dal capo della Banca Centrale cinese, infatti, si evince il rischio default per interi settori produttivi, a causa della crescita, per il decimo trimestre consecutivo, dei non performing loans e per l'aumento dei crediti delle «banche ombra», che hanno superato i 4mila miliardi di dollari.

Il Wall Street Journal ha sottolineato la preoccupazione per questo genere di problemi delle banche e dell'economia cinese, per tutta la comunità internazionale: «Il Fondo monetario internazionale ha chiesto alla Cina di frenare la crescita del credito, anche se questo potrebbe significare problemi e rallentamenti per la crescita. Senza una supervisione delle pratiche di prestito, il Fmi ha avvertito, il paese rischia una crisi finanziaria che potrebbe mandare l'economia in picchiata».

Più ottimista è apparsa Forbes: «La preoccupazione per il settore bancario cinese è drammaticamente sopravvalutato. Sarebbe quasi impossibile tornare a livelli di crisi come quella del 2008 a livello mondiale. Difficile prevedere e pensare ad una crisi dell'industria finanziaria in Cina. È molto probabile che questo non accada».

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