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Il decisionismo di Xi JInping e la relazione con Washington

Xi Jinping decide, pare, tutto da solo. Contornato da pochi e fidati consiglieri, prende ogni decisione senza consultare, si dice, il resto del Partito. Questo rende anche la relazione con gli Usa più difficile da decifrare, per la diplomazia di Washington.



Nella due giorni di dialogo strategico tra Cina e Stati uniti a Pechino, un evento che ha raggiunto ormai il suo sesto appuntamento, il Presidente cinese Xi Jinping ha avuto modo di precisare che non conviene alle due nazioni  uno sviluppo concordato di relazioni economiche, diplomatiche e geopolitiche. Del resto, ha aggiunto Xi, qualche attrito è inevitabile. C’è da spartirsi un mondo.

La collaborazione tra Cina e Stati Uniti porta benefici a tutto il mondo, mentre uno scontro sarebbe «disastroso», ha detto il leader di Zhongnanhai. Alla seduta del «dialogo strategico ed economico» tra i due paesi partecipano il segretario di Stato John Kerry e il responsabile del Tesoro Jack Lew, mentre la Cina è rappresentata dal Consigliere di Stato Yang Jiechi e il vice premier Wang Yang. Tutto a posto dunque?

Archiviati i motivi di gelo tra le due potenze inerenti allo spionaggio elettronico, al nucleare nordcoreano o agli equilibri strategici dell’area del Pacifico (senza contare le crisi internazionali, vedi la Siria)? Contrariamente a quanto affermato dal presidente cinese, in realtà, non è così rosea l’atmosfera tra i due Stati, sebbene all’orizzonte si concretizzi un accordo legato alla possibilità della liberalizzazione degli investimenti nelle due direzioni, che sembra registrare consensi sia a Washington sia a Pechino.

Quando ancora era il candidato numero uno per diventare Presidente della Repubblica popolare e segretario del Partito comunista, Xi Jinping effettuò un viaggio commerciale in Messico. Si trattò di una delle tante prove cui il candidato alla guida del paese fu costretto; doveva dimostrare la capacità di affrontare scenari e palcoscenici diversi. Superata con successo la gestione organizzativa delle Olimpiadi del 2008, Xi Jinping a Città del Messico se ne uscì con un attacco inaspettato agli Stati uniti.

Disse qualcosa come, «c’è chi ha la pancia piena e non ha altro da fare che puntare il dito contro la Cina. A questi signori, vorrei ricordare che non siamo noi a esportare rivoluzioni, fame e povertà». E aveva chiuso con un caustico: «Che altro c’è da dire?» Un attacco frontale agli Usa che fece andare in brodo di giuggiole alcuni tra i più conservatori del Pcc, che hanno sempre sottolineato l’importanza di marcare stretta Washington, ribadendo la specificità cinese, senza alcuna intenzione di scendere a compromessi.

Allora le frasi di Xi Jinping vennero sottovalutate, ma si trattava di un’indicazione precisa. In seguito, una volta divenuto Presidente, Xi Jinping avrebbe invece parlato di «nuovo rapporto tra grandi potenze», assumendo in questo modo una logica estranea al suo predecessore Hu Jintao. Se il grigio Hu privilegiava sempre toni dimessi, definendo di continuo la Cina come «un paese in via di sviluppo», al contrario Xi Jinping identificava la Cina come una potenza di pari livello agli Usa.

E come tale – l’implicita conseguenza - deve essere trattata. Il messaggio a Washington era lampante e quando a giugno del 2014 Obama incontrò Xi negli States, nel bucolico panorama californiano, in quello che venne definito il «meeting in maniche di camicia», il numero uno cinese non fu neanche costretto a parlare per ribadire il concetto. Il giorno stesso Edward Snowden aveva fatto scoppiare la grana Datagate. Da Hong Kong.


Da lì in avanti solo guai e pare che il decisionismo di Xi Jinping stia mettendo in difficoltà la diplomazia americana, sintonizzata fino a un paio d’anni fa su un Partito comunista le cui scelte venivano prese in modo collegiale (scusa utilizzata dai leader di Partito per fare fuori l’individualista Bo Xilai).

Ora invece i responsabili diplomatici Usa, non si troverebbero di fronte l’ufficio centrale del Politburo composto da sette funzionari, bensì un Imperatore e sei consiglieri. Xi Jinping infatti, pare decida tutto in completa autonomia, senza un confronto con il Partito, privilegiando i suoi «piccoli Confucio», scelti tra i funzionari più in ombra o tra i generali dell’esercito. Significa che tutto quanto decide la Cina, per quanto riguarda la politica estera e non solo, passa da canali che gli statunitensi non sembrano in grado di tracciare.

Non è un caso che quando venne istituita la Zona di difesa aerea nel mar cinese meridionale, Washington reagì stizzita: fu una sorpresa anche per loro. E poco dopo emerse che fu proprio Xi a decidere quella mossa. C’è di più. Nei mesi che seguirono la nomina di Xi a segretario, emerse la figura di Wang Huning, sconosciuto solo alle cronache giornalistiche. Wang, 57 anni, considerato un esperto di politica statunitense, è infatti è uno dei più potenti funzionari cinesi, perché considerato il primo consigliere di Xi Jinping, nonché la mente dietro lo slogan del principino al comando, quello del «Sogno cinese».

Rappresenta il lato oscuro di quella generazione cresciuta e laureatasi nell’epoca delle prime riforme: molti di questi sono diventati imprenditori o attivisti, Wang ha mantenuto la linea. Marxista, contrario a qualsiasi apertura democratica e multipartitica, è noto per il suo rigido rifiuto di stringere la mano alle controparti americane durante i suoi incontri internazionali.

È lui che determinerebbe molte delle scelte in politica estera di Xi Jinping. Questo fattore, ha confessato una fonte al Wall Street Journal, è «molto positivo per la Cina. Non molto per gli altri paesi». Il Presidente cinese se ha aperto a una collaborazione con gli Usa, ha anche specificato che i due paesi devono «rispettarsi e trattarsi da eguali, rispettare la sovranità e l' integrità territoriale dell'altro e le scelte altrui sulla strada per lo sviluppo». Tre punti per niente condivisi con Washington.

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