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Il vero ricambio, ovvero cosa sta succedendo nel PCC

Jiang Jiemin, già direttore della Commissione di Supervisione e Amministrazione delle Imprese di Stato (Sasac) ed ex presidente della più grande compagnia petrolifera del Paese, la China National Petroleum Corporation (Cnpc) è stato ufficialmente rimosso dal suo incarico a seguito di un'indagine per gravi violazioni disciplinari. Significa che anche per lui è pronta un'indagine che porterà ad un processo e a un'epurazione. La pista di Jiang porta direttamente a Zhou Yongkang, di cui abbiamo parlato nello scorso post, come il probabile prossimo bersaglio grosso del nuovo Presidente Xi Jinping. Ma non solo, perché quello in corso in Cina è il reale processo di cambiamento in atto nel Partito. Via i funzionari di fazioni rivali, dentro persone di fiducia per arrivare alle Riforme e alla linea ideologica desiderata.

 

Anche nel caso di Jiang c'è da chiedersi dunque quali possano essere le accuse e dove si voglia in realtà colpire. Come già per quanto riguarda Zhou Yongkang, che potrebbe essere un siluro neanche troppo indiretto a Jiang Zemin (nella foto i due sono ritratti insieme), l'incriminazione di Jiang Jemin potrebbe supporre alcuni scenari. In uno di questi oltre ad essere una sorta di preparazione al colpo grosso di Zhou, potrebbe rappresentare una spallata alla «cricca del petrolio» o ancora più importante a quel gruppo di funzionari che da tempo si spendono per bloccare le liberalizzazioni delle aziende di stato.

Quest'ultima riforma, richiesta dal Fondo Monetario Internazionale e più volte annunciata dal premier Li Keqiang, si scontra in realtà contro la resistenza degli interessi dei tanti funzionari cinesi che sulle aziende di stato ci campano, da anni (per altro mantenendo i propri imperi finanziari ed economici).

Tempo fa una persona informata circa questioni legati al Partito Comunista, nel corso di una chiacchierata aveva anticipato la lotta che sarebbe scaturita nel momento in cui Li Keqiang e Xi Jinping, avessero spinto sul peso dell'accelleratore delle liberalizzazione delle aziende di stato. «Scoppierà un putiferio», mi aveva spiegato «perché sono troppo i politici che non vogliono in alcun modo queste riforme. Ci saranno molte epurazioni».

Non a caso, un funzionario della società petrolifera cinese, ha spiegato al quotidiano di Hong Kong South China Morning Post che le indagini hanno messo le aziende statali e in particolare quelle petrolifere, in una situazione delicata, perché saltando il tappo, può succedere di tutto. Ovvero possono saltare tutti gli altri,ogni tipo di persona che ha una forma di legame con Jiang prima e Zhou dopo.

La pesca quindi potrebbe essere molto ghiotta, perché evidentemente questa «fazione delle aziende di stato» non sembra proprio pronta a passare la mano. Significa che a saltare saranno in tanti, con la conseguente apertura di nuove posizioni in cui mettere funzionari di proprio gradimento. Ed ecco dunque che a sei mesi dall'ufficializzazione di Xi Jinping come Presidente della Repubblica popolare (nel marzo di quest'anno), il ricambio politico, nelle posizioni poco visibili, ma chiave per smuovere il gigante cinese, appare appena cominciato.

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