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In Cina sono razzisti?

Il marchio di detersivo cinese «Qiaobi» è divenuto improvvisamente popolare: la causa è dovuta a un video pubblicitario ormai virale in rete, nel quale si vede una ragazza cinese «lavare» con la lavatrice un ragazzo nero, facendolo infine diventare un cinese, con tanto di maglietta bianchissima. Diffuso on line, il video ha posto la Cina di fronte ai propri problemi, non detti, riguardo forme striscianti di razzismo.

Sostenere che esista un sentimento razzista diffuso in Cina non è completamente vero. I cinesi sanno essere ospitali, curiosi e interessati all'«altro». Ma allo stesso tempo non si può negare che i cinesi, ancora oggi, vivano forme velate di razzismo, nonostante la presenza di persone di provenienza etnica – la più varia – non sia ormai  fenomeno raro in Cina, anzi. Pechino, Shanghai, ma non solo le grandi città, vedono oggi la presenza di una forte comunità nera, ad esempio.

La questione va posta in un altro modo: mentre nelle società occidentali – bene o male – si è affrontata la questione del razzismo, in Cina è tenuta completamente sottotraccia. Non esiste una discussione, una riflessione sociale al riguardo, anche perché sebbene in Cina esistano oltre 50 etnie, la maggioranza della popolazione è han.

Inoltre, benché ormai il paese sia aperto agli stranieri e alle tendenze culturali globali, la Cina si è riaffacciata sul mondo solo da trent'anni, dopo un periodo di forte chiusura che ha provocato non pochi «scossoni» sociali una volta tornati a essere un paese dialogante con l'esterno, sia in termini economici, sia sociali, politici e diplomatici.

Le forme attraverso le quali il razzismo si esprime in Cina, inoltre, non sono di natura violenta, aggressive,  ma si «limitano», per quanto siano da considerarsi negative, a una sorta di imbarazzo, che finisce poi per sfogarsi in spot come quello di Qiaobi. Si tratta di forme «ingenue» di razzismo, dovute alla mancanza di un «sentimento comune» al riguardo.

Il problema è che la Cina non ha ancora affrontato una seria riflessione sul proprio rapporto – in termini generali - con persone di etnie diverse e soprattutto nei confronti dei neri.

Il video, pubblicato dal sito di costume Shanghaiist e nelle sale cinematografiche cinesi ha fatto, dapprima, discutere molto più all'estero che in Cina. Solo quando la notizia è divenuta virale, anche i media cinesi si sono occupati del caso.

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La Leishang Cosmetics di Shanghai, proprietaria del marchio, ha bloccato la distribuzione dello spot. Come scrive oggi il China Daily, «ha pubblicato una dichiarazione sul suo account di Weibo sabato per chiedere scusa a coloro che si sono sentiti offesi».

Sulla piattaforma di microblogging cinese, Weibo, le discussioni sullo spot hanno attirato quasi 3 milioni di visualizzazioni, «con molti che hanno lasciato commenti critici. Un utente soprannominato Chujianbaoji ha scritto: La discriminazione razziale qui non potrebbe essere più evidente. L'idea di lavare una persona in una lavatrice è sconsiderato».

Liu Junhai, professore di diritto civile e commerciale presso la Renmin University of China, ha detto che la pubblicità riflette la mancanza di consapevolezza sui problemi razziali in Cina: «I marchi cinesi devono stare allerta a causa della rapida diffusione sui social media», ha detto Liu, aggiungendo che la sensibilità sui problemi razziali tra gli inserzionisti e il pubblico in Cina non è così elevata come nei paesi occidentali.

«Le autorità dovrebbero rafforzare la consapevolezza attraverso l'educazione e la supervisione del settore della pubblicità, nonché punire i casi di discriminazione», ha detto.

Come riporta la stampa cinese, infinie, secondo la Legge per la Pubblicità cinese, che è stata aggiornata lo scorso anno, «qualsiasi contenuto che contenga o che implichi discriminazione razziale religiosa e di genere, è vietata in pubblicità, e incorre in sanzioni».

@simopieranni

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