Inquinamento a Pechino: cosa significa davvero

L'anno scorso alcuni personaggi particolarmente noti nell'ambito della comunità internazionale cinese, hanno pubblicato articoli in varie riviste, anche on line, dicendo di andarsene dalla Cina, dopo molti anni di vita nel gigante asiatico. Per tutti la causa era la stessa: l'inquinamento. Ancora ieri i giornali italiani riportavano notizie circa l'inquinamento della capitale cinese, che avrebbe raggiunto nuovamente i livelli di guardia. Dati, aneddoti, come le mascherine sulle statue: ma cosa significa vivere in una città come Pechino? Cosa significa l'inquinamento nella vita di tutti i giorni?

Significa uscire di casa, con un cielo grigio e pesante come i pensieri che suggerisce, sentire un odore che è un misto tra polvere e benzina. Significa scendere le scale, attraversare i tipici cortili dei compound pechinesi (almeno per chi non vive nei complessi lussuosi in mezzo al nulla), trovare almeno tre auto ferme e accese. Significa incrociare, per arrivare su un'arteria alla ricerca di un bus, autobus, metropolitana, almeno tre o quattro cantieri, che alzano polvere, che provocano un inquinamento sottovalutato, quello acustico, fatto di generatori, trapani, flessibili (uno strumento che come le "bacchette" dovrebbe diventare una sorta di simbolo della contemporanea Cina). Significa indossare una mascherina, dopo aver sostituito il precedente filtro nero, come il carbone, come il tubo di scarico di un camion.

Significa che se prendi la bicicletta, riesci a ritrovarti in coda anche nelle corsie preferenziali, diventate il nuovo sfogo dei posteggi di suv, ferrari, macchinoni. Spesso accese, bloccano la strada e hai voglia a pedalare, mentre l'autobus compie la manovra spericolata e sbuffa il tubo di scarico dritto lì, sulla tua faccia. E puoi immaginare il percorso: dalla gola, ai bronchi, polmoni, strisce tossiche che popolano gli organi interni. Poi si dice chei cinesi sputano: quel catarro inquinato e sporco, mellifluo e denso, grumoso è proprietà internazionale, non ha nazione in Cina. La chiamano la «tosse di Pechino».

Significa che se hai dei figli, tra i 3 e gli 8 anni, ad esempio, sono perfettamente all'altezza degli scarichi. Significa che l'aria si condensa di grigio smog. Le scuole a volte chiudono, alcuni hanno nuove patologie paranoiche: non vogliono più uscire di casa, sono terrorizzati.

Vivere a Pechino, quando il cielo è grigio, denso e ricco di smog, carbone, scarichi, bassa pressione, polvere e rumore, significa che dalle 11 del mattino si comincia a convivere con un mal di testa fastidioso, come avere un pezzo di ferro tra il collo e il cranio, a testare la propria capacità di sopportazione.

E i cinesi? Uguale, soffrono questa situazione, ma del resto, sempre meglio che vent'anni fa. E a dire il vero pure noi stranieri, spesso, tendiamo a minimizzare: come doveva essere a Londra durante la rivoluzione industriale? Forse anche peggio, certo, però, noi non c'eravamo.

E ancora, proseguendo la via irta di difficoltà verso una meta: un ufficio, un luogo di lavoro, una scuola, un negozio. Tocca affrontare la giungla delle strade, i clacson, il traffico, stare fermi mezz'ora in un vicoletto tra gli hutong, perché i camioncini passano a tirare su masserizie. E ancora: polvere, casino, smog. Li chiamiamo «i quadri», come in un videogioco: ostacoli che si frappongono tra noi e la meta. E il mal di testa continua.

Negli ospedali, che ho avuto modo di frequentare parecchio in Cina, i dottori sono davvero preoccupati: tanti bambini e anziani non riescono a respirare, hanno bronchiti. Non solo aria malata. Vogliamo parlare del cibo, di cosa significa vivere in un paese inquinato in cui il cibo non sai mai se ti sta nutrendo o uccidendo?

Poi c'è la soluzione: una giornata di sole, frutto di attività governative lassù, via a sparare nitrato d'argento, favorire pioggia, pulire per un attimo la città, come quando si pulisce la cucina a gas: una soddisfazione. E allora vai di foto su wechat e via a cogliere l'attimo: uscire, provare a respirare e dirsi che in fin dei conti il peggio è passato.

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