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Kunming, l'attacco e gli uighuri

 Quando sono stato in Xinjiang per la prima volta, nel 2008, c'era stata un'esplosione nei pressi di Kashgar, considerata la capitale morale dei musulmani Eravamo a un tiro di schioppo dall'inizio delle Olimpiadi e nella regione c'erano stati diversi attentati.

 

 

Appena arrivato ad Urumqi, in albergo, all'uscita fui fermato da alcune persone, che mi intimarono di non fare troppe domande e di muovermi a tornare a Pechino. Attraverso vari contatti, incontrai alcuni ragazzi e ragazze nel parco del Popolo della città e ascoltai molte storie. Tutte le persone che ho ascoltato avevano almeno una storia familiare di arresti, pestaggi o repressione. Altri di ordinario razzismo: gli uighuri faticano a trovare casa, lavoro, per la fama che li contraddistingue in Cina. Sono considerati ladri, spacciatori e pericolosi terroristi potenziali. Non è un caso che, dopo l'auto che si scagliò a Tiananmen lo scorso ottobre, un'ora dopo molti uighuri a Pechino ricevettero in casa la visita della polizia.

La stampa cinese non ha dubbi: «è il nostro 11 settembre». E sui titoli della Xinhua – l'agenzia di stampa ufficiale - campeggia la data «03.01». Ovvero il primo marzo, quando una ventina di uomini vestiti di nero, ha assalito con coltelli la folla presente nella stazione dei treni di Kunming, splendida città dello Yunnan, regione centro meridionale del paese. I morti sarebbero 33, di cui 4 sono assalitori, uccisi dall'intervento delle forze di polizia. Tre dei presunti attentatori sono stati arrestati, una è una donna. Il fatto che l'evento non sia comparso però in nessuna prima pagina dei quotidiani cinesi, ma sia stata gestita interamente dalla Xinhua, l'agenzia ufficiale, dice molte cose: il governo cinese vuole gestire l'intera vicenda con la massima discrezione e farla dimenticare il più presto possibile. Fin dalle prime ricostruzioni l'agenzia di stampa ha parlato di attacco uighuro, facendo riferimento alla minoranza etnica musulmana della regione nord occidentale del paese, nota per le sue mire separatiste.

E in effetti eventi simili a quello recente di Kunming, per quanto meno organizzati e letali, hanno quasi sempre visto per protagonisti gli uighuri. Nell'attacco di sabato però, le testimonianze raccolte dai media non hanno mai fatto riferimento ad alcun connotato etnico delle persone coinvolte. Un'immagine della Xinhua, però, ha sottolineato la presenza di una bandiera con una mezza luna, considerata sufficiente per addossare la responsabilità all'etnia musulmana xinjianese. Senza fare riferimenti etnici, anche il presidente Xi Jinping ha tuonato contro l'attacco, sostenendo che Pechino farà di tutto «contro il terrorismo». Si è provato anche a ricordare eventi e fatti che potrebbero aver portato all'attacco: una condanna capitale al re della droga birmana, ad esempio, ucciso a Kunming, proprio un anno fa.

Altri hanno invece fatto riferimento a recenti arresti, come quello del professor Ilham Toti, uighuro e accusato di separatismo. Di sicuro nell'ultimo anno tra rivolte e risposte repressive in Xinjiang, i morti sono stati oltre cento. Da ricordare infine come lo scorso ottobre un Suv con tre persone a bordo si è lanciato sulla folla in piazza Tiananmen, con il risultato di cinque vittime e trentotto feriti, mentre a novembre alcuni ordigni artigianali sono scoppiati di fronte alla sede del Partito Comunista a Taiyan nella parte settentrionale della Cina. Una persona è morta e almeno sette sono rimaste ferite nelle numerose esplosioni.

L'evento di Kunming è accaduto in concomitanza con l'inizio delle «due sessioni» quanto di più simile la Cina ha a un parlamento. Quest'anno sarà particolarmente importante perché per la prima volta saranno gestite da Xi Jinping e Li Keqiang. Non mancheranno, come già annunciato, misure rivolte proprio al rischio di attentati terroristici. Mentre sul web cinese molti abitanti dell'ex celeste impero scatenano il proprio nazionalismo e razzismo contro gli abitanti del Xinjiang, il governo promette il «pugno duro» contro ogni movimento separatista. C'è da credere, per altro, che la Cina proseguirà la sua campagna a livello internazionale affinché le forze separatiste dello Xinjinag siano riconosciute come «pericolo terrorista» a livello mondiale.

Ma c'è anche l'economia: compito delle «due sessioni» sarà quello di annunciare gli obiettivi di crescita che Pechino ha fissato per il 2014. La maggior parte degli analisti – ha scritto il Financial Times - «si aspettano che il governo le lasci invariate rispetto allo scorso anno, annunciando un obiettivo di crescita del 7,5 per cento, un obiettivo di inflazione inferiore al 3,5 per cento e una crescita dell'offerta di moneta del 13 per cento».
Infine due argomenti considerati cruciali saranno quelli relativi alla gestione dell'inquinamento e alla riforma delle aziende di stato: il governo si aspetta di aprire il settore statale a maggiori investimenti da parte delle imprese private, anche se fino ad ora queste modifiche sono state puramente simboliche. Ma la spinta degli investitori, in patria e fuori, è forte e punta ad alcuni settori chiave, come l'energia, le telecomunicazioni, i trasporti e la finanza.

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