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L'Apec, l'assenza di Obama, l'affondo di Xi Jinping

Abbiamo visto in un precedente post, come la situazione delicata degli Stati Uniti, stia giovando a livello di politica diplomatica per la Cina, pur mantenendo tesa la situazione legata al rischio default americano. E ieri Xi Jinping, il Presidente cinese, all'incontro dell'Apec, è tornato a parlare delle ormai note e attese riforme cinesi.

 

L'Apec è la Cooperazione Economica Asia e Pacifico. I suoi membri - tra cui figurano gli Stati Uniti e la Cina, la Russia, il Messico, il Canada e altri 16 paesi - rappresentano circa il 40 per cento della popolazione mondiale, il 55 per cento del prodotto nazionale lordo globale e circa il 44 per cento del commercio mondiale. Gli scambi all'interno dell’APEC sono cresciuti di quasi sette volte dal 1989, superando gli 11mila miliardi di dollari nel 2011. 

Si tratta di un'occasione internazionale, pubblica, quindi da prendere con le debite precauzioni, ma Xi Jinping ha sottolineato come la crescita rallentata della Cina, al 7 percento, possa creare le condizioni ideali per cominciare a mettere in campo le Riforme di cui il paese necessita.

«Non potremo più commettere errori, ha specificato Xi Jinping, dobbiamo avere il coraggio di esplorare e fare progressi, ma dobbiamo essere sufficientemente prudenti e attenti nel programmare la nostra azione».

Xi ha inoltre dichiarato che una crescita economica annua del 7 per cento sarà sufficiente a raggiungere l'obiettivo di raddoppiare sia il PIL sia il reddito pro capite entro il 2020, aggiungendo che «la Cina deve portare avanti riforme strutturali anche se dovrà sacrificare una crescita più rapida». Quanto alla politica estera: «qualunque accordo di integrazione dovrebbe portare ad un rapporto di collaborazione, non ad uno di confronto».

Come leggere queste indicazioni a poche settimane che precedono il Plenum del Partito di novembre? Di sicuro Xi Jinping sta cercando di rassicurare tutti, tanto al suo interno, quanto all'esterno.

Proprio nel momento di massima debolezza degli Stati Uniti nell'area (tra ieri e oggi anche il Giappone ha dimostrato diffidenza nei confronti della crisi economica americana e soprattutto riguardo il rischio di default) Xi Jinping mostra una Cina forte, determinata a equilibrare le proprie contraddizioni e pronta a farsi carico della guida di tutta l'Asia nell'ambito dei rapporti economici e geopolitici mondiali.

Raymond Yeung, economista esperto di Cina di ANZ Bank, ha detto al South China Morning Post che il messaggio di Xi è destinato a placare i timori tra paesi asiatici circa le prospettive economiche della Cina: «è importante che il presidente Xi faccia tali rassicurazioni perché la Cina non vuole essere lasciata fuori, propri quando alcune nazioni della regione stanno negoziando con gli Stati Uniti per un partenariato commerciale transpacifico. La Cina ha bisogno di inviare un messaggio in cui dimostri di poter essere collaborativa con la regione».

Al vaglio c'è un accordo commerciale tra paesi asiatici, in cui i grandi assenti, guarda caso, sono proprio gli Stati Uniti.

Dopo aver sistemato le grane interne - Bo Xilai, la nuova repressione su Internet, una stretta ideologica e una campagna anti corruzione che continua la sua marcia – Xi Jinping affronta la politica estera («la Cina non può svilupparsi se isolata rispetto alla ìregione dell'Asia e del Pacifico e la regione non può prosperare senza la Cina», ha specificato Xi), come già fatto ad inizio del suo mandato. Lo fa poco prima di affrontare un Plenum nel quale la sua linea sarà rinforzata dalla straordinaria forza asiatica di Pechino.

 

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