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La Cina e Putin

Nelle scorse settimane la stampa cinese ha dedicato alcuni articoli alle trattative in corso tra Mosca e Pechino per la vendita, da parte della Russia, del sistema missilistico antiaereo S-400. Le trattative sono in corso da anni, ma come per l’accordo sul gas, pare che solo in questi giorni si arriverà ad una conclusione.



Ancora una volta è il prezzo, la chiave del successo o meno del negoziato (proprio come lo è stato per il gas). I sistemi S-400, per intenderci, «sono in grado di contrastare tutte le armi di attacco aereo, compresi velivoli tattici e strategici, missili balistici e gli F-35 statunitensi», ha scritto il quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post. La notizia ha preoccupato non poco l’area asiatica. Il Giappone naturalmente, ma anche l’India, controparte d’area che non vede proprio con entusiasmo questo potenziale asse sino-russo. Ma le ripercussioni - e le motivazioni di questo avvicinamento - riguardano anche la crisi ucraina.

Innanzitutto, come osservato da Leyle Goldstein su The National interest, Pechino sembra piuttosto ammaliata dalla figura di Putin. Lo specialista cinese per gli affari internazionali Jisi Wang dell'Università di Pechino in un’intervista del giugno scorso a Caijing, un mensile economico finanziario tra i più influenti in Cina, ha specificato che «Putin è il leader straniero che la Cina ammira maggiormente». Putin nell’immaginario dei funzionari cinesi, «riflette il desiderio generale di uomo forte» e di quella che viene definita la «diplomazia del pugno di ferro».

La visione cinese della crisi ucraina, è scevra da un appoggio alla Russia senza appigli reali. Come scritto in un editoriale del governativo Global Times, «è un segreto di Pulcinella il fatto che la Russia ha sostenuto le milizie ribelli in Ucraina orientale. È difficile per pensare, del resto, che Putin possa accettare che la sua controparte ucraina, lanci grandi offensive uccidendo un gran numero di separatisti».



La Russia – conclude l’editoriale - è determinata a mantenere la sua influenza in Ucraina, soprattutto nella parte orientale. «Tale decisione è stata chiara fin dall'inizio della crisi dell'Ucraina.

Kiev sottovalutato la determinazione della Russia e ha pagato il prezzo dello sganciamento della Crimea».

E proprio questa assimilazione da parte di Mosca della Crimea, secondo alcuni analisti, avrebbe dato vita a qualche riserva cinese, circa i fatti ucraini. Il separatismo fa paura a Pechino, perché il controllo delle periferie è quanto più «sacro» per i dirigenti del Partito. Perdere una zona o il controllo di un’area periferiche, significherebbe mettere in discussione l’intero sistema politico cinese.

Ma, come fanno notare molti osservatori, il sentimento anti occidentale cinese è più forte del rischio di appoggiare un separatismo filorusso. Anche perché dopo il gas e le armi, Cina e Russia stanno discutendo la data di partenza delle esercitazioni militari congiunte nel nord della Cina.




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