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La Cina risponde alla Spagna: il problema interno del Tibet

Con un ritardo di qualche giorno la Cina ha risposto all'iniziativa della Corte di Cassazione spagnola, circa l'accusa all'ex Presidente Hu Jintao di genocidio contro le popolazioni tibetane. «Siamo fermamente contrari al fatto che un qualsiasi paese o persona tenti di utilizzare questo tema per interferire con gli affari interni della Cina», ha dichiarato nel consueto briefing settimanale con la stampa estera, il portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying.

Secondo il portavoce, gli esuli tibetani starebbero minando «le relazioni amichevoli tra Cina e Spagna: lo scopo del gruppo di tibetani è estremamente evidente e le loro motivazioni politiche sono sinistre - distruggere le relazioni tra la Cina e il paese in questione e attaccare il governo cinese».

Ci sono due eventi importanti a corollario di questo inizio di schermaglie tra Cina e Spagna.

Il primo riguarda la la revisione periodica circa lo stato dell'arte dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra il 22 ottobre prossimo, quando – scrive la Reuters, «sarà data la possibilità a gruppi e governi di fare pressioni sulla Cina su questioni che vanno dalla pena di morte al trattamento dei dissidenti».

In secondo luogo la situazione in Tibet continua ad essere tesa e foriera di scontri e morti. La International Campaign for Tibet, con sede a Washington, ha definito la sentenza della Corte di Cassazione spagnola «rivoluzionaria», sottolineando come le politiche cinesi in Tibet stiano portando ad «un clima di terrore», fatto di torture e pressioni nei confronti delle persone, spinte «a denunciare il Dalai Lama».

Dal 2009 sono 120 le persone che si sono auto immolate, sia in Tibet, sia nelle regioni abitate dall'etnia tibetana (Sichuan, Gansu e Qinghai), mentre in Tibet a seguito dell'arresto di una persona che il primo ottobre si rifiutò di issare la bandiera cinese nel giorno di festa della Repubblica Popolare, si sono sviluppate proteste e scontri che hanno portato a 4 morti, 60 feriti e molti arresti.

Con il cambio della leadership infatti, la politica di Pechino nei confronti del Tibet non sembra essere cambiata: ad ogni protesta risponde la repressione militare (nel caso degli scontri dei giorni scorsi la polizia ha sparato sulla folla, secondo quanto riportato da Radio Free Asia, da sempre molto vicina agli ambienti degli esuli tibetani), mentre le nuove politiche di sviluppo, come gli insediamenti abitativi, attraverso prefabbricati, puntano all'annientamento delle tradizioni culturali tibetane.

La Cina, attraverso l'esercito di liberazione popolare, prese il controllo totale in Tibet, nel 1950; secondo Pechino si trattò di una liberazione pacifica, che avrebbe giovato alla regione, dominata dal sistema teocratico dei monaci e in piena stagnazione economica (all'interno di un regime sociale medioevale). La Cina ancora oggi festeggia la presa del Tibet, attraverso il giorno della «liberazione pacifica dalla schiavitù della regione». Il leader buddista del Tibet, il Dalai Lama, è fuggito in India nel 1959, dopo una rivolta fallita contro il dominio cinese, durante la quale ci fu un lavoro intenso anche da parte degli americani, attraverso la Cia.

Da allora, «gruppi di esiliati tibetani stanno facendo una campagna per il ritorno del Dalai Lama e per l’autogoverno per la loro regione», ha scritto la Reuters, a rimarcare come le istanze indipendentiste siano ormai sfumate nella ricerca del mantenimento della propria lingua, cultura e religione (motivo che dovrebbe fare riflettere i tanti fans del Free Tibet in Occidente).

Da aggiungere, infine, che le informazioni dalla regione arrivano in modo frammentario, perché il Tibet viene periodicamente chiuso ai giornalisti (e ai turisti), perché non è mai facile entrarci e perché spesso in occasione di date sensibili o di proteste, viene completamente isolato dal resto del paese (attraverso la chiusura della linea telefonica e di internet). Quanto sta accadendo dunque all'interno del lamaismo e quali siano oggi le istanze più vive, dal punto di vista politico, in Tibet, non è dunque un dato certo.

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