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La legge sulla sicurezza nazionale in Cina

L'idea di «sicurezza nazionale» portata avanti da Xi Jinping in questi due anni di governo, ha trovato una sua definitiva, per quanto vaga, definizione nella recente legge sulla sicurezza, approvata in questi giorni e in vigore dal primo luglio. Secondo le prime indicazioni, la legge permetterebbe allo stato di adottare tutte «le misure necessarie» per proteggere la propria sovranità, sia sul territorio, con un riferimento alle questioni interne e quelle «regionali» sia in direzione di rafforzare i controlli su Internet.

Niente di nuovo, perché il provvedimento si inserisce in un solco tracciato da tempo dalla dirigenza cinese, un filo che unisce la paranoia per il «mantenimento della stabilità» del duo Hu Jintao- Wen Jiabao (i precedenti presidente e primo ministro) e che conferma la volontà del Partito comunista di tenere sotto controllo ogni anfratto della vita sociale nazionale.

Come riportano le agenzie di stampa, il provvedimento, adottato dal Comitato permanente dell'Assemblea del Popolo, esorta alla vigilanza e alla difesa contro «le cattive influenze culturali», «i gruppi perniciosi» e «le attività criminali travestite da religione, oltre che alle interferenze delle potenze straniere».

E chiede maggiori controlli su Internet, comprese misure per prevenire «la diffusione di informazioni illegali o dannose». La legge in verità, secondo le prime analisi, si presta alle più ampie interpretazioni, coprendo le aree della difesa, la finanza, la scienza, la tecnologia, la cultura e la religione.

La legge è passata senza nemmeno un voto contrario o un'astensione e anche questo è un classico. Secondo quanto riportato dal Guardian, che ha citato un esponente dell'Assemblea nazionale, «la Cina ha deciso che non c'è spazio per compromessi o interferenze».

Tutto questo va a inserirsi in un più generale discorso sul controllo della rete, già enormemente depotenziata in quello che per anni è stato lo strumento più usato da petizionisti e attivisti, Weibo, e che pare ormai sempre più innocua riguardo i processi decisionali del partito.

Quando – un anno e mezzo fa – venne alla luce il noto documento contro i «valori occidentali», era già apparsa chiara la politica di Xi Jinping in relazione a potenziali contestazioni alla politica economica e sociale promossa dal Partito comunista. Nessuno spazio a chi protesta; Xi Jinping, complice la sua campagna di corruzione, ha fatto tabula rasa di tutte le voci contrarie o semplicemente non in linea, provando ad unire confucianesimo e maoismo per gestire al meglio le eventuali tensioni sociali, dovute ai cambiamenti, storici, del paese.

Il paradosso è che a finire nella rete del presidente è toccato anche a Zhou Yongkang, l'artefice di tutto quel complesso che va sotto il nome di sicurezza nazionale.

La legge è stata criticata da Amnesty, che ha chiesto al governo cinese l'immediata «abolizione della nuova legge sulla sicurezza nazionale, approvata il 1° luglio, che conferisce alle autorità poteri arbitrari di reprimere e sopprimere i diritti umani».

La legge – secondo Amnesty - «definisce la sicurezza nazionale in termini vaghi e ampi, fino a comprendere questioni politiche, culturali, finanziarie e relative a Internet. La definizione di sicurezza nazionale è praticamente senza limiti. La nuova legge affida carta bianca al governo per controllare e punire chiunque non gli vada a genio, dagli attivisti per i diritti umani alle voci critiche e agli oppositori – ha dichiarato
Nicholas Bequelin, direttore regionale di Amnesty International per l'Asia orientale.

Lo stesso Bequelin ha specificato che «Questa legge serve a proteggere più il controllo del Partito comunista sul paese che la sicurezza nazionale. La direzione del partito e il suo monopolio sul potere politico sono espressamente menzionati tra le questioni di «sicurezza nazionale» di cui si occupa la legge».

@simopieranni

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