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Le prime mosse di Xi

Ci si è interrogati a lungo, prima della sua ascesa, su quale impronta avrebbe dato Xi Jinping ai suoi dieci anni alla guida della Cina. Si è discusso circa il suo passato, le sue esternazioni quando ancora era il leader designato, fino ad arrivare al suo annuncio circa la «rinascita della nazione cinese», con annesso il concetto, ancora vago a dire il vero, di «sogno cinese».

In Cina si assiste però a un continuo gioco politico, che a volte diventa una notizia di poco conto, magari neanche presa in considerazione dalla stampa italiana, salvo diventare poi un pilastro della nuova gestione del potere.

Si dice spesso che Pechino abbia un problema rilevante nella gestione dei suoi funzionari periferici, ad esempio. L'argomento è scivoloso, perché la complessità del paese fa si che a volte ci si trovi di fronte al più importante esempio di centralizzazione, altre volte invece il paese sembra completamente in preda alla decentralizzazione. Il problema principale, messo in evidenza un po' da tutti, osservatori cinesi e non, è che le direttive che partono dal centro, che determinano i ritmi della vita politica ed economica del paese, fatichino ad arrivare integri nella periferia dell'Impero.

Il Presidente cinese Xi Jinping - da businessweek.com

 

Dal dettame centrale, alla sua applicazione, subentrano una miriade di interessi che fanno il gioco di tanti funzionari dislocati nelle varie regioni; il risultato talvolta fa si che anche una buona idea, trovi poi una pessima realizzazione.

A questo proposito Xi Jinping sembra aver voluto provvedere, contribuendo e non poco ad un'opera di centralizzazione, che sembra poter nascondere altri progetti futuri – più generali ed epocali -da parte del Segretario del PCC. Insieme alla vasta campagna anti corruzione (con le ultime notizie che danno l'ex zar della sicurezza nazionale ed ex numero nove del Comitato Permanente del Politburo Zhou Yongkang circondato da alleati finiti nelle grinfie della Commissione disciplinare) Xi Jinping ha tenuto a sottolineare che il criterio di valutazione dei funzionari non sarà più solamente economico, ma dipenderà anche da altri fattori. Si valuteranno infatti anche «il miglioramento della vita delle persone, lo sviluppo della società locale e la qualità dell'ambiente».

Si tratta di un cambiamento che – se perseguito – potrebbe diventare molto rilevante, ribaltando di fatto l'assioma denghiano, del «prima l'economia» che ha finito per fare dei funzionari dei manager alla ricerca dell'aumento del PIL con ogni mezzo. Pratiche che stanno oggi dimostrando la loro poca lungimiranza talvolta, basti pensare alla crisi del credit crunch, dovuta ad investimenti senza ritorni, come ad esempio la bolla immobiliare.

Non solo perché è notizia di oggi l'invio nelle amministrazioni regionali di molti funzionari che avevano avuto un ruolo negli uffici centrali. Secondo il quotidiano di Hong Kong, il South China Morning Post, «Pechino ha inviato funzionari dei ministeri e delle imprese di proprietà dello Stato nelle province durante l'ultimo rimpasto di leadership, tra i timori che possa perdere il controllo dei governi locali, secondo quanto affermato da alcuni osservatori».

La notizia è sta riportata anche dalla Xinhua, l'agenzia ufficiale cinese, secondo la quale, «800 alti funzionari sono stati eletti ai governi locali, congressi del popolo e conferenze consultive politiche del popolo durante il rimpasto governativo concluso la scorsa settimana». Per la prima volta in quasi tre decenni, la metà dei 22 governatori - la maggior parte dei quali sono stati eletti durante il 18° Congresso dello scorso anno - ha un passato nel governo centrale.

Si tratta dunque di un chiaro intento di centralizzazione e di posizionamento di uomini presumibilmente vicino a Xi, la cui opera fino ad ora sembra essere quella di un Presidente che si sente forte e che dalla sua posizione potrebbe definitivamente cancellare quella gestione collettiva che era stata il mantra della gestione politica del duo Hu Jintao- Wen Jiabao.

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