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Mentre Xi telefona a Moon, Pechino celebra l'artefice della politica estera post Tiananmen

Nella giornata che ha segnato l'elezione di Moon Jae-in a presidente della Corea del Sud con la conseguenza di possibili nuove relazioni diplomatiche proprio con la Cina, Pechino annunciava la morte, a 89 anni, dell'ex ministro degli esteri cinese Qian Qichen. Qian fu il riferimento della politica estera di Pechino nei difficili anni tra il 1988 e il 1998: dal burrascoso post Tiananmen con la Cina isolata, al «ritorno» di Hong Kong e Macao.

La Cina ha sempre avuto una politica estera, fin dai tempi di Mao, molto guardinga. Con Mao al potere la Cina si isolò per concentrarsi sui problemi interni, mantenendo solo rapporti con l'ex Urss, fino alla rottura diplomatica anche con Mosca. Durante l'epoca di Deng Xiaoping, dopo la morte di Mao fino agli anni Novanta, il piccolo Deng indicò la strada: attivismo commerciale, ma attenzione diplomatica.

La Cina, secondo Deng, doveva avere buoni rapporti diplomatici con tutti, ma non esercitare un ruolo troppo evidente: la priorità era lo sviluppo interno e solo quando il paese fosse diventato potente da un punto di vista economico poteva tornare a essere più rilevante in politica estera.

Dopo Deng Jiang Zemin e poi Hu Jintao si sono mossi sulla stessa linea, al contrario di Xi Jinping che, ritenendo completato l'emergere del paese come potenza economica, ha spinto sull'acceleratore di una Cina più dinamica in tema di politica estera.

Chi determinò l'approccio diplomatico della Cina in uno dei periodi più difficili della storia recente del paese è stato proprio Qian Qichen, importante funzionario del Pcc, del quale faceva parte da quando aveva 14 anni, e dal 2002 ritiratosi a vita privata senza più compiti all'interno della dirigenza.

Ma a Qian toccò gestire uno dei momenti più complicati in tema di politica estera della Cina: dopo i fatti di Tiananmen il paese era completamente isolato e toccò a Qian, che parlava russo e inglese, gestire quella fase.

Come hanno scritto i media cinesi, «l'ex ministro degli esteri e vice-premier Qian Qichen ha giocato un ruolo fondamentale nella gestione di Hong Kong e il ritorno di Macao sotto la sovranità cinese e gli sforzi di Pechino per normalizzare le relazioni con l'Occidente dopo il 1989».

Il comunicato ufficiale della stampa cinese ha elogiato Qian come «un eccellente membro del Partito Comunista, un leale soldato comunista, un rivoluzionario proletario e un diplomatico eccezionale».

Ovviamente sui media cinesi non si è fatta parola del post Tiananmen e si è concentrata l'attenzione principalmente sulla sua attività diplomatica riguardo il recupero di Hong Kong di cui proprio in questi giorni si celebrerà l'anniversario per i vent'anni del ritorno dell'ex colonia britannica alla Cina.

E chissà che il suo libro, «Ten Episodes in China’s Diplomacy», pubblicato nel 2016, nel quale racconta le tante dure trattative che Qian ha dovuto affrontare nel corso della sua carriera, non sia di aiuto in questi giorni al presidente Xi Jinping.

Il numero uno cinese, proprio mentre era proteso a raccontare i principi di global governance mondiale della Cina, si è ritrovato catapultato sulla crisi coreano. Proprio ieri tra Xi e Moon Jae-in, il neo presidente di Seul, è avvenuta la prima conversazione telefonica: «la Cina è pronta a lavorare con alla Corea del Sud per la denuclearizzazione della penisola coreana, un obiettivo comune di entrambi i Paesi», avrebbe detto Xi al neo eletto Moon.

Secondo la China Central Television. Xi e Moon «hanno discusso dei modi per migliorare le relazioni le relazioni tra Cina e Corea del Sud e si sono scambiati opinioni su un ampio spettro di opinioni relative alla penisola coreana», come ha confermato il segretario per i rapporti con la stampa di Moon Jae-In, Yoon Young-chan.

@simopieranni

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