Il New York Times denuncia: Informatori della Cia spariti in Cina. Pechino: Fantasie

Secondo un report pubblicato dal New York Times alcuni giorni fa, la Cina avrebbe smantellato in soli due anni la rete di informatori della Cia, uccidendone alcuni e imprigionandone altri. Le fonti di queste informazioni sarebbero funzionari ed ex funzionare dell'amministrazione Usa. Per Pechino si tratta di «fantasie» derivanti dalla visione di troppi film di spionaggio; per esperti questa fuoriuscita di notizie potrebbe invece rappresentare una lotta tutta interna a Washington.

Tra i reporter che hanno scritto il reportage del New York Times sulla vicenda c'è anche Mark Mazzetti, un giornalista che da tempo segue le «guerre sporche» della Cina. Intervistato da Npr il giornalista americano ha prima di tutto sostenuto che queste azioni della Cina, avvenute tra il 2010 e il 2012, erano già note e quasi i reporter del Times erano sorpresi che questa storia non fosse ancora riuscita.

Per quanto riguarda le conseguenze di questa moria di spie americane in Cina (informatori di cui non viene fornito alcun nome, salvo alcuni particolari macabri, come il caso dell'agente ucciso di fronte a un collega, come per dare un esempio) Mazzetti sostiene che «Gli americani stanno sicuramente cercando di trovare altre e nuove fonti. Stanno cercando anche di trovare modi migliori per raccogliere informazioni sfruttando le tecnologie che consentono di intercettare, ma le fonti umane sono sempre le migliore. Non dobbiamo pensare che abbiano perso ogni fonte, sicuramente qualcuna è rimasta e potrebbero mitigare il danno per qualche tempo. Noi pensiamo che le fonti allora avessero buone informazioni e fossero ben inserite e collegate e quando si perde questo genere di fonti, il danno può durare anni».

Nel reportage del Times viene ricostruita la genesi di queste sparizioni: fino al 2010 le fonti della Cina lavoravano alla grande, riportando una grande quantità di informazioni negli States e sfruttando anche l'impiego di almeno quattro cinesi ben inseriti nei gangli dei tanti uffici ministeriali e in grado di riportare ottime informazioni soprattutto in merito alla corruzione nel paese.

Poi le informazioni cominciarono a subire delle interruzioni: fu a quel punto che la Cia decise di aprire una investigazione, con il nome in codice di «Tasso del miele» per comprendere le cause di quell'improvvisa interruzione di dati e informazioni. Fino ad arrivare a sospettare di almeno 18 casi, se non 22, tra persone arrestate e uccise.

Nel frattempo a Washington ci si cominciò a interrogare su come fosse stato possibile. Naturalmente le opinioni erano divise, tra chi era convinto circa la presenza di una «talpa» all'interno della Cia che avrebbe tradito gli Stati Uniti e chi invece riteneva che gli hacker cinesi fossero ormai capaci di introdursi nei sistemi dell'agenzia di intelligence e fossero ormai in grado di rubare le informazioni contenute nelle comunicazioni con le «fonti straniere». Un dilemma questo che a distanza di anni non è stato ancora risolto.

Tutti - scrive il New York Times, riportato dall'Ansa - «sono invece d'accordo sui danni: dalla fine del 2010 alla fine del 2012 è stata una strage di spie. Una di queste sarebbe stata uccisa di fronte a un suo collega nel cortile di un edificio governativo, una sorta di messaggio a tutti coloro che collaboravano con la Cia. Molti sono invece finiti dietro le sbarre. Le vittime in un caso e nell'altro sarebbero complessivamente almeno 18, ma qualcuno parla di 22».

Secondo il Global Times, unico media cinese a commentare questa storia, si tratterebbe di pura fantasia, tanto che il titolo del commento è: «La storia del Times sulle spie Cia in Cina è piena di narcisismo».

Per il Global Times, paradossalmente, «se la storia fosse vera, significa che la Cina meriterebbe un plauso, per aver smembrato una rete di spie straniere e avere ottenuto una importante vittoria sugli Usa che ancora oggi a quanto pare non saprebbero le cause di questi eventi».

@simopieranni

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