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Nuovo crollo della borsa in Cina

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Per la seconda volta nel giro di pochi giorni, l'agenzia di stampa ufficiale Xinhua ha riferito giovedì che le contrattazioni a Shanghai e Shenzen sono state sospese per la giornata, dopo che le azioni sono crollate di più del 7%.

Come riportato dai media locali, i prezzi dell'indice Csi 300 sono crollati di oltre il 7% nei primi 30 minuti di negoziazione a seguito di una ulteriore svalutazione della moneta cinese, lo yuan, che ha raggiunto quasi più debole livello in cinque anni.

Il nuovo meccanismo di «interruttore» interrompe la negoziazione per 15 minuti se i prezzi sull'indice cadono più del 5 per cento, e smette di trading per il giorno, se i prezzi scendono oltre il 7 per cento.

Nuovo ricorso dunque al «circuit breaker», la soluzione pensata da Pechino dopo la travagliata estate, che permette di sospendere per 15 minuti le contrattazioni quando le azioni dell’indice Csi 300 (i trecento maggiori titoli quotati) calano del 5%. Se alla ripresa si scivola al –7% si chiude del tutto la giornata.

Soluzione drastica, tanto che Mashable l’ha definita la «nuclear option» in tema di borse, listini, contrattazioni, titoli ed economia. Elementi che pur apparendo virtuali e a tratti esoterici nel loro procedere, hanno ripercussioni profonde negli equilibri economici mondiali.

Oggi è intervenuta anche la Banca cinese. La Banca centrale, in un editoriale pubblicato sul sito, si è detta capace di mantenere lo yuan «a un livello ragionevole di equilibrio» e di fare fronte «a quelle forze che speculano» e «provano a trarre profitto» sulla moneta. La rassicurazione arriva dopo che lo stesso istituto centrale ha svalutato nuovamente la moneta e i mercati sono crollati.

«Alcune forze – ha spiegato l'istituto centrale - stanno provando a trarre profitto dalla speculazione». «Questo genere di trading è scollegato dalla domanda e l'offerta di moneta straniera basata sull'economia reale e non riflette le vere condizioni di mercato. Questo porta ad una anormale fluttuazione del tasso di cambio dello yuan e manda dei segnali sbagliati al mercato».

 «Di fronte a queste forze speculative - spiega la Pboc - la banca centrale ha le capacità di mantenere lo yuan basicamente stabile e a un livello ragionevole di equilibrio» anche per via delle condizioni dell'economia.

Nei giorni scorsi il crollo era stato attribuito anche al calo manifatturiero. Registrato dall’indice Pmi Markit– Caixin al 48,2, un dato che porterebbe le piazze cinesi a generare sfiducia.

L’indice a 48,2 indica una contrazione cui Pechino ha tentato di ovviare da tempo attraverso nuovi stimoli. Ma la ripresa promessa non è arrivata. Infine c’è una motivazione «cinese»: a breve scadrà il divieto per i grandi azionisti che detengono più del 5% delle azioni di un titolo, di vendere; durante la scorsa estate il governo di Pechino aveva inchiodato i grandi investitori ad un comportamento rassicurante, specie nei confronti degli «gnomi», i milioni di piccoli risparmiatori impegnati a giocare in borsa.

Al momento non si conosce il futuro di questo divieto in vigore da ormai sei mesi e prossimo alla scadenza. Questa, altra, ennesima, incertezza potrebbe aver generato una paura negli azionisti, corsi a vendere «prima» dei «grandi». A questo si aggiungono le manovre sullo yuan, che potrebbero aver portato a fughe di capitali, insieme alla mancata riforma delle aziende di Stato.

Poiché le oscillazioni della borsa si basano su promesse e fiducia, ognuna della spiegazioni può aver senso. Anche quella che vuole ripercosse sul mercato cinese le tante tensioni mediorientali. Qualcosa starebbe infatti per cambiare nella strategia estera di Pechino e il tonfo della borsa, se non è una causa diretta di alcune di queste novità, potrebbe costituirne un segnale.
@simopieranni

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