Sottoposta a sanzioni fin dal 2006, la Corea del Nord quest'anno ha continuato a effettuare test missilistici. Ma nel 2016 il suo Pil, nonostante le decisioni dell'Onu, è cresciuto di oltre il 3%. Perché a Pyongyang conoscono molto bene la mossa Kansas City.

Nel 2016 secondo i dati forniti dalla banca centrale sudcoreana, la Corea del Nord sarebbe cresciuta del 3,9%, il miglior risultato negli ultimi 17 anni, gli ultimi 10 dei quali contrassegnati dalle sanzioni Onu (dal 2006, sanzioni votate anche dalla Cina).


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Come è possibile si chiedono in molti, che la Corea del Nord continui a sopravvivere e sviluppare il proprio arsenale atomico, nonostante i tentativi della comunità internazionale di affossarne l'economia? Ci sono due ordini di risposta: la prima è politica e ha a che vedere con le reali intenzioni dell'Onu e con la mediazione della Cina; la seconda riguarda la mossa Kansas City, resa nota dal film «Lucky Number Slevin» (in Italia Slevin, Patto criminale): quando tutti guardano a destra, tu vai a sinistra. Quando tutti guardano alle esportazioni di carbone e alle importazioni di petrolio, ad esempio, per colpire il paese, la Corea indirizza i propri affari in un'altra direzione.

L'economia nordcoreana: dalla guerra di Corea a oggi

Secondo esperti e analisti che si sono occupati di economia nord coreana, oggi possiamo sostenere che il paese, al di là delle sue rappresentazioni mediatiche che lo vogliono ora «eremita», ora «comunista», in realtà è ormai uno Stato povero, con minimi - ma in aumento - meccanismi di mercato, inserito in mercati globali, non sempre in modo completamente legale, e con un controllo pervasivo dello stato. Un paese che – come abbiamo visto – cresce, grazie a tessile, esportazioni di minerali, traffici internazionali (quasi sempre poco trasparenti), movimentazioni di capitali, attacchi informatici per ottenere fondi e – cosa che potrebbe stupire – un mercato ormai privato, perfino nel ramo dell'edilizia, che sta mutando e non poco l'assetto sociale del paese, almeno nelle grandi città.

La Corea del Nord è arrivata a questo punto passando attraversi complicati tornanti storici: dopo la guerra con la Corea del Sud, la cui fine non è mai stata sancita da un trattato di pace, la sua economia è dipesa totalmente dall'Unione sovietica che forniva macchinari, personale e più di tutto i fertilizzanti per consentire all'agricoltura locale di funzionare.

Con la fine dell'ex Urss, la Corea si è ritrovata senza gli aiuti fondamentali e isolata, perché negli anni Novanta, in contemporanea, la Cina apriva alle relazioni diplomatiche con la Corea del Sud, un evento che per molto tempo Pyongyang ha considerato da «traditori». Complice la mancanza di fertilizzanti e alcune intemperie, negli anni Novanta la Corea si ritrova ad affrontare una terribile carestia, responsabile di milioni di morti.

Lo Stato non era più in grado di sostenere la vita della popolazione: nacquero così piccoli mercati neri, privati, dove le persone provavano a vendere quel poco che avevano per trovare di che sopravvivere. Il fenomeno venne ben presto a conoscenza del regime che chiuse un occhio. Solo dopo aver superato la crisi Pyongyang provò a eliminarli, ma ormai oggi esistono e sono consentiti. Contemporaneamente il regime cominciò a sviluppare forme diverse di business, senza considerare la grande attività di contrabbando al confine con la Cina che cominciò però a incidere e non poco nel bilancio economico nord coreano.

Secondo Justin V. Hastings in «A most enterprising country, North Korea in the global economy» (Cornell University Press) sarebbero tre i soggetti che ancora oggi sviluppano forme di collegamento con l'economia globalizzata e che rappresentano - anche secondo Ian Lankov, grande esperto di Corea - il motivo della sopravvivenza del paese nonostante le sanzioni.

Ci sono dunque tre soggetti: lo Stato coreano, che funge da trader nell'assicurare armi e forniture per i propri test. Lo Stato cerca di trovare i beni di lusso che gli permettono di «pagare» la fedeltà dei funzionari più vicini al potere centrale.

Il secondo livello è quello dei funzionari intermedi, ad esempio gli ambasciatori (che non a caso ora cominciano ad essere espulsi dai vari paesi, come ha fatto la Spagna): sono proprio i diplomatici a costruire quelle reti per garantire esportazioni di beni, anche illegali come armi e droghe, creando network e approfittando delle proprie posizioni all'estero.

E sono loro una delle chiavi per evitare l'effetto nefasto delle sanzioni: dal divieto di commercio, fino al controllo di navi e aerei diretti in Corea del Nord anche da parte di Paesi non all'interno della Nazioni Unite sono i funzionari nord coreani che hanno sviluppato il loro ruolo in «broker», fungendoda puri intermediari. Pyongyang ha così smesso di comparire ufficialmente, ma ha continuato a commerciare.

Infine il terzo livello è quello più popolare, costituito soprattutto da donne, escluse dal lavoro, che ha finito per sviluppare un mercato interno sempre più fiorente.

Ian Lankov in «The Resurgence of a Market Economy in North Korea», scrive che «il regime è ambivalente riguardo al suo modello economico tanto peculiare». Fino al 2012 e 2013 era negata ufficialmente l'esistenza di un settore privato che oggi pare costituisca orma tra il 30 e il 50% dell'economia nord coreana.

Questa economia privata ha finito per trainare il paese inserendosi in settori chiave, come quello minerario, nei trasporti, nell'ambito delle attività petrolifere e ha finito per creare anche un interessante mercato edilizio a Pyongyang, che ha portato allo sviluppo del mercato delle costruzioni e della compravendita di case, insieme a un'industria dei servizi che secondo molti osservatori avrebbe finito per creare una emergente «classe media» in Corea del Nord.

Tutto questo, naturalmente, ha creato una nuova classe di persone abbienti, non necessariamente legate al governo, ma non ha certamente creato ricchezza nella maggioranza della popolazione nord coreana.

Perché le sanzioni non funzionano

Perché dunque da oltre dieci anni l'economia nord coreana è stata colpita ma non è mai stata messa davvero in ginocchio? Le cause sono principalmente due: intanto con la mediazione della Cina le sanzioni via via si sono fatte sempre più pesanti ma non sono mai state letali, perché Pechino non vuole un tracollo del regime, a meno che non siano valutate attentamente tutte le possibili conseguenze. Inoltre spesso le sanzioni hanno colpito importazioni di petrolio, ma la Cina ha continuato a portarlo in Corea del Nord. Sono state colpite persone fisiche, che sono state sostituite. Insomma in molti casi le sanzioni non sono state applicate, dalla stessa Cina in primo luogo.

Va tenuto presente infatti – come spiega l'articolo del 2015 sul Washington Post «North Korea's growing economy – and America's misconception about it» - che mentre tutti guardano al petrolio e al carbone, come si diceva all'inizio, Pyongyang si volgeva già verso altre forme di importante sopravvivenza: il tessile ad esempio.

Pur colpito dalle recenti sanzioni, il settore nel 2016 ha portato 752 milioni di dollari nelle casse statali di Pyongyang. L'industria tessile si basa sul trasporto di materiale grezzo dalla Cina alla Corea e poi - una volta lavorato - dalla Corea alla Cina e da lì mandato sui mercati internazionali con impresso il marchio «Made in China». Anche in questo caso la Corea del Nord non compare mai.

Bloccare questo tipo di esportazioni, per quanto annunciato, sarà complicato dato che anche in questo caso la dicitura Nord Corea non compare da nessuna parte e oltre ad esserci fabbriche tessili vicine a Pyongyang sono almeno 50mila i lavoratori nord coreani impiegati in Cina. Oltre al fatto che il confine cinese con la Corea del Nord, vive proprio di questi e altri traffici.

Le sanzioni dunque costituiscono una specie di tentativo mal riuscito di colpire l'economia nord coreana: una sorta di dimostrazione di una volontà che non viene esercitata pienamente e che consente, di volta in volta, a Kim Jong-un di trovare una valida soluzione. Attraverso le proprie idee e la forza dello Stato nord coreano o attraverso l'aiuto involontario di una classe media che vuole continuare a prosperare.

@simopieranni

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