Cina vs Cambridge: censura, interessi e disobbedienza

Nei giorni scorsi la Cambridge University Press (CUP) ha fatto sapere, attraverso un comunicato ufficiale, di aver censurato in Cina circa 300 articoli presenti nella prestigiosa rivista «China Quarterly» su ordine di Pechino. Una decisione che ha aperto un dibattito ampio sulle ingerenze cinese e le autocensure occidentali. Dopo un paio di giorni però è tornata sui suoi passi: China Quarterly ha annunciato di non avere censurato gli articoli, come richiesto invece dalla Cina. La querelle, però, ha sollevato importanti domande e dibattiti sul rapporto tra le università occidentali e l'ingerenza cinese.

La Cup è una delle case editrici più prestigiose della Gran Bretagna, nonché una delle più antiche al mondo. Su «invito» delle autorità cinesi - nei giorni scorsi - avrebbe provveduto a censurare in Cina 300 articoli contenuti nella prestigiosa rivista «China Quarterly». Poi, con un comunicato stampa diramato ieri, la China Quarterly ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di censurare i propri articoli, seguendo dunque i propri principi guida di "rigore scientifico" e volontà di diffondere conoscenza sulla Cina.

Se la censura fosse avvenuta, gli articoli della prestigiosa rivista non sarebbero stati dunque visibili al pubblico cinese. Secondo la Cup - nel suo primo comunicato di "obbedienza" alla richiesta della Cina - questa decisione era stata presa per evitare conseguenze peggiori. Non solo, perché stando a Tim Pringle, editore della Cup, anche mille ebook circa presenti sul sito nell'edizione cinese sarebbero stati eliminati dalla disponibilità degli utenti.

Intanto: quali articoli sarebbero stati censurati? Al di là di effettuare un danno a quegli studenti, professori e intellettuali cinesi che potevano trovare interessanti spunti nei 300 articoli della rivista (i cui articoli in alcuni casi risalgono agli anni '60 e sono quindi prestigiosi documenti di studio e di comprensione della storia cinese) la censura operata dimostrava una pochezza di intenti quasi imbarazzante.

La scelta degli articoli da censurare era infatti avvenuta tramite una semplice ricerca fatta con keywords che sembra aver analizzato solo titoli e abstract. Ecco che allora sono rimasti impigliati nella maglia articoli che nel titolo avevano le «parole proibite» come Taiwan, Falun Gong, dissenso, frazionalismo, Tiananmen – naturalmente – uighuri e Xinjiang. Insomma il consueto campionario della paranoia censoria cinese.

Alcuni articoli, però, come fatto notare da qualche professore, erano rimasti fuori proprio «grazie» alla povertà di questa censura affrettata e per fortuna poco precisa.

Dopo la decisione annunciata di censurare i propri contenuti, immediate erano arrivate le repliche dal mondo accademico, con molte critiche nei confronti di Cambridge e la constatazione di come ormai il potere cinese si muova – a livello censorio – anche ben al di fuori dei confini nazionali. È stato inoltre ricordato il monito – o per meglio dire i diversi moniti - di Xi Jinping, che anche di recente ha richiesto un'attenzione e una fedeltà ai dettami del partito anche da parte del mondo accademico.

Analogamente, specie dopo la risposta del Global Times alla polemica sugli articoli censurati, va sottolineato come la Cina si muova ormai determinata a ritenere la propria sovranità estesa non solo al proprio territorio geografico ma anche a quello digitale.

Il quotidiano nazionalista - tanto nell'edizione cinese quanto in quella inglese - aveva difeso la richiesta di Pechino non mancando, come al solito, di sottolineare una propria impostazione particolarmente arrogante, come quando ha sottolineato il prestigio della China Quarterly «nonostante i pochi lettori».

Su Cambridge - prima del cambio di linea - erano piovute tante critiche. Tutte legittime, naturalmente, non ultime quelle di James A. Millward, professore di storia alla Georgetown University a Washington, grande conoscitore della Cina, già collaboratore proprio di «China Quarterly» e per 15 anni costretto a non potersi recare in Cina per via dei suoi studi sulla regione nord occidentale dello Xinjiang.

Millward in una sua open letter a Cambridge pubblicata su Medium, ma ripresa in tutte le mailing list di professori e accademici che si occupano di Cina, aveva contestato la decisione di Cambridge come pessimo esempio e ancor peggio come disastroso precedente, ricordando il danno gravissimo fatto dall'autocensura ancora prima che dalla censura. Millward ha poi chiesto, polemicamente: «Censurereste contenuti su Black Lives Matter o sull'immigrazione messicana se ve lo chiedesse Trump?».

Domande e critiche – ripetiamo - legittime: prima o poi deve esserci qualcuno capace di sfidare la prepotenza censoria di Pechino; e Cambridge, la cui forza e potenza storica (e ci si può immaginare anche economica) poteva forse osare di più e contrastare in modo più determinato Pechino. Perché se non lo fa Cambridge, chi altro può farlo, ci si chiedeva? 

I recenti eventi e la volontà di sottrarsi alla volontà censoria di Pechino
potrebbero dunque costituire un ottimo precedente per altri istituti, magari meno noti e meno "potenti" di Cambridge nel momento in cui dovessero confrontarsi con le richieste di Pechino.

Nonostante l'attuale conclusione della vicenda rimangono però alcuni spunti da indagare.

Bisognerebbe infatti capire che tipo di legami e interessi economici, oltre a quelli culturali e intellettuali, uniscono Cambridge a Pechino. O tante altre università occidentali alla Cina.

Infatti c'è una questione economica che forse per «educazione» e «rispetto» tra «colleghi» universitari non è stata toccata (o che forse non è stata menzionata perché comune anche ad altre istituzioni universitarie?) ma che esiste e che off the record o che en passant viene spesso menzionata.

I rapporti tra Cambridge e Pechino non sarebbero affatto sporadici e forse proprio questo aveva accelerato l'adempimento - in prima battuta - alla richiesta giunta dalla Cina.

Non solo, ma quanto avrebbe pesato questa scelta sulla possibilità di mandare studenti e professori in Cina? E ancora quante volte alcuni temi di ricerca vengono, forse, autocensurati per non procurare malessere nella controparte cinse?

Nel 2014 il Telegraph fece uscire un articolo nel quale si raccontava la storia di una donazione particolare fatta a Cambridge nel 2012: quasi 4 milioni di sterline consegnata all'università per finanziare un nuovo corso e una nuova cattedra in studi cinesi. La donazione sarebbe arrivata dalla Chong Hua Foundation, collegata direttamente all'ex premier cinese Wen Jiabao.

Cambridge negò i legami della fondazione con il centro del potere pechinese, ma proprio il Telegraph dimostrò come la fondazione fosse controllata e gestita proprio dalla figlia dell'ex premier cinese.

Quindi la domanda, eventualmente, oltre alla critiche a Cambridge, è: quante altre università rischierebbe di accettare le richieste cinesi?

Il fatto che Cambridge sia tornata sui suoi passi dipende, forse, anche dal fatto che tutto il mondo accademico si era mosso, principalmente in due modi: da un lato ha proposto un appello contro la decisione di Cambridge, dall'altro ha cominciato a diffondere su siti non bloccati in Cina, parte degli articoli censurati - in un primo momento - dall'università britannica su richiesta cinese.

@simopieranni


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