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Perché le aziende europee sono scettiche sui propri investimenti in Cina

Secondo un sondaggio pubblicato nei giorni scorsi dalla Camera di commercio dell’Unione europea in Cina e da Roland Berger Strategy Consultants, circa un terzo delle aziende europee hanno deciso di mettere piani di espansione in Cina in standby. È finita quindi l'epoca del «dover essere per forza in Cina»? Tra le cause di questa decisione delle imprese europee, il rallentamento economico cinese.

A inizio degli anni 2000 chi aveva deciso di produrre in Cina per i mercato occidentali, sfruttando i bassi costi e la legislazione poco attenta ad ambiente, sicurezza del lavoro, aveva capito che era necessario una svolta. La crisi del mondo occidentale del 2008 aveva portato ad un rallentamento delle esportazioni e delle richiesta da Europa e non solo, provocando parecchio trambusto anche in Cina.

Chi aveva capito l'andazzo aveva convertito la proprio produzione, mantenendo una parte per i mercati stranieri, e puntando invece sul mercato cinese interno, in espansione anche per volere della dirigenza. Molti imprenditori stranieri hanno avuto spiacevoli esperienze: chiusure, fallimenti. Per la crisi e per la difficoltà del mercato cinese.

La diceria secondo la quale in Cina era tutto possibile e semplice cominciava, giustamente, a vacillare. Senza i contatti giusti e una dose di pazienza quasi illimitata in Cina affari non se ne fanno. Non stupisce dunque che il sondaggio presentato mercoledì, dimostri una maggior diffidenza da parte delle imprese Ue nei confronti dell'ambiente business cinese.

Come riportato dal Global Times, «L'indagine ha mostrato che il 39 per cento delle 541 aziende intervistate hanno in programma di tagliare i costi in Cina per adattarsi alla crisi, rispetto al 24 per cento nel 2014». Le imprese europee «sono meno ottimiste circa le loro prospettive di crescita in Cina, con solo il 58 per cento degli intervistati che rimane ottimista, rispetto al 68 per cento nel 2014».

Per adattarsi al rallentamento, «il 31 per cento delle aziende ha deciso di non espandere le loro attività in Cina in risposta al rallentamento della crescita, sempre secondo l'indagine.

Il tasso di crescita del Pil della seconda più grande economia mondiale è rallentato ai livelli minimi degli ultimi sei anni - 7 per cento - nel primo trimestre. Nonostante le misure di stimolo del governo, l'economia continua ad affrontare forte vento contrario, dicono gli esperti».

Secondo i media ufficiali cinesi, il governo nazionale si starebbe muovendo per aprire ulteriormente il suo mercato e creare un ambiente migliore per gli investitori. «La Commissione per lo sviluppo e la riforma, insieme con il Ministero del Commercio, ha annunciato un nuovo catalogo per gli investimenti esteri a marzo, che ha aperto più aree per gli investimenti esteri».

Le grandi aziende di proprietà statale della Cina, tra cui i colossi dell'energia come la China National Petroleum Corp e China Petrochemical Corp, hanno iniziato riforme per invogliare le imprese private e straniere ad investire in alcuni progetti statali. Ma «l'ambiente» rimane ancora poco propizio per gli stranieri. Vedremo se Cina e Ue riusciranno a concludere un accordo vero che sia in grado di regolare, e tutelare, anche gli interessi stranieri in Cina.

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