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Sulle tredici condanne a morte dei «terroristi» in Cina

Ieri in Cina sono state giustiziate tredici persone, dopo essere state condannate per «il coinvolgimento in una serie di reati di terrorismo, tra cui incendio doloso, fabbricazione di bombe e omicidio senza pietà di agenti di polizia e civili». È un segnale di Pechino all'intera regione dello Xinjiang, all'interno della lotta al «terrorismo» lanciata dal presidente cinese Xi Jinping.

Nelle settimane scorse avevamo assistito a raduni di massa negli stadi della regione autonoma cinese, per consentire alla popolazione di seguire le condanne dei «terroristi», alcuni dei quali vennero condannati alla pena capitale. Una pratica in voga in tutto il paese ancora negli anni 80, una sorta di processo, sebbene vengano lette solo le condanne, popolare. Un'abitudine macabra ancora in vigore, laddove serve (almeno secondo il governo pechinese), ovvero nella regione occidentale che costituisce un grave problema interno per leadership.

Il gruppo di persone sarebbe stato giustiziato nella provincia occidentale del Xinjiang lunedì, mentre una condanna a morte è stata anche comminata ad altri tre colpevoli di reati terroristici e collegati a un attentato mortale condotto sulla Tiananmen di Pechino lo scorso ottobre.

«Pochi dettagli specifici della vita e dei crimini delle 13 persone giustiziate sono stati forniti dai media statali pesantemente controllati», hanno scritto i media di Hong Kong, «tuttavia, i primi servizi hanno detto che sono stati condannati per organizzazione, conduzione e partecipazione in gruppi terroristici; omicidio; incendio doloso; furto; fabbricazione, stoccaggio e trasporto illegale di esplosivi».



I crimini delle persone giustiziate sono collegati a sette casi distinti accaduti in almeno tre diverse parti del Xinjiang. Si è trattato secondo Pechino di «attacchi pianificati» che hanno portato alla morte di agenti di polizia, funzionari governativi e civili. «Sono costate la vita di innocenti, causato enormi perdite di proprietà e messo la sicurezza pubblica seriamente in pericolo», hanno detto i funzionari della corte citati dalla Xinhua, l'agenzia di stampa ufficiale cinese.

In un caso, tre imputati - Ehmetniyaz Sidiq, Abdulla Srepli e Gulam Eli - sono stati trovati colpevoli di condurre un assalto a edifici inclusi una stazione di polizia, un albergo e uffici governativi in ​​cui 24 poliziotti e civili sono stati uccisi. Abdujelil Metnasir, un altro dei giustiziati, è stato accusato di aver «addestrato fisicamente i terroristi», pianificato l'assassinio di funzionari del governo e «fornito» le bombe che hanno causato la vita di un bambino e feriti altri 17.

“L'esecuzione di criminali coinvolti in attacchi terroristici e crimini violenti risponde agli appelli di tutti i gruppi etnici, scoraggia le attività criminali e dimostra la volontà del Partito comunista cinese e del governo di reprimere il terrorismo», ha detto un portavoce del tribunale.

Le esecuzioni costituiscono la realizzazione pratica di quel «giro di vite sulla sicurezza a livello nazionale, che ha avuto inizio a fine maggio dopo l'ultimo episodio di violenza terroristica che Pechino ha attribuito agli estremisti islamici del Xinjiang».

Abbiamo già detto che non si tratta solo di questioni religiose: gli uighuri, abitanti originari della regione e ormai avviati a diventare una minoranza etnica a casa loro, sono stati esclusi, in questi anni, soprattutto dai giri economici che hanno permesso un miglioramento delle condizioni di vita di quelle zone. L'arrivo di milioni di han (i cinesi, l'etnia maggioritaria del paese) ha finito per creare città divise in due, e ha portato gli han a gestire «il grosso» degli affari, finendo per mettere in secondo piano gli abitanti originari della regione. In parallelo Pechino, per smorzare gli animi più indipendentisti, insieme al progresso ha portato anche un tentativo di uniformazione sociale, culturale, che ha finito per schiacciare quella che gli uighuri considerano la propria tradizione, religiosa, culturale, morale. Trasformare le città sacre degli uighuri (e dell'Islam) come Kashgar in un parco giochi, non costiuisce agli occhi della minoranza musulmana, un valido modo per portare ad una maggiore integrazione. Questo problema sociale, diventa quindi catalogato come problema «terroristico» da Pechino, che poi agisce di conseguenza. Mano dura e repressione.

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