Svalutazione, le ragioni della Cina

Tre sforbiciate consecutive della Banca centrale cinese al valore di riferimento della propria moneta hanno provocato diverse reazioni, sia in termini economici (con le borse europee e Wall Street in sofferenza) sia riguardo future preoccupazioni. L'ultima oggi, dell'1%. La misura decisa da Pechino ha stupito un po' tutti per la sua tempestività e ha provocato la paura che l'economia cinese sia in profonda crisi, rischiando così di trascinare con sé interi continenti.

 Al di là di quelle che sono le motivazioni – è presumibile che i veri motivi si possano solo supporre e non ci si possa fidare totalmente di quanto ci racconta la Cina – è inevitabile però cercare di capire quali possono essere le ragioni della Cina, che al contrario di altri paesi ha avuto un atteggiamento piuttosto cauto in questi giorni.

L'export?


Innanzitutto, si è detto che Pechino ha deciso di rendere più competitiva la sua moneta per favorire le sue esportazioni, in calo nell'ultimo periodo (meno 8 a luglio) e tenere così saldo il timone sociale. Più esportazioni, meno fabbriche in sofferenza, meno posti di lavoro in bilico, meno tensione sociale in vista.

Se fosse così, la Cina avrebbe dunque agito per pura e semplice difesa, cercando quindi di bilanciare le sue difficoltà, oggettive: l'economia non riesce ad essere trainata dalla domanda interna, si stenta a verificare quel passaggio dunque storico da fabbrica del mondo a player globale.

In questo caso però la Cina avrebbe agito come qualunque altro paese, nella necessità di fare riprendere la propria economia. Se poi questo accade in un momento propizio per altri, non è certo colpa di Pechino.

Ammettendo infine che la strategia cinese sia quella di rinforzare il proprio export, per quanto importanti, non possono essere presi in considerazione solamente i mercati europei e statunitense.
 


C'è anche l'Asia. E la Cina ha risposto a una svalutazione competitiva, nel caso, fatta in precedenza da Australia, Singapore e Corea del sud, suoi competitors sui mercati internazionali e regionali. E il Vietnam ieri ha risposto, con l'oscillazione della propria moneta già pronta.


Il club dei grandi

Ma Pechino ha tenuto a precisare, almeno per quanto riguarda le comunicazioni ufficiali, che non si tratta della questione delle esportazioni. E in questo caso entriamo in un ambito sia finanziario sia molto collegato al soft power, al prestigio e alla geopolitica internazionale.


Chi ha infatti applaudito alla mossa della Banca centrale cinese? Il Fondo monetario. Le ragioni sono piuttosto chiare e Pechino lo ha spiegato come meglio ha potuto, senza cercare di tradire quei residui di socialismo, almeno a parole, che rimangono (diverso naturalmente è quanto riguarda la gestione del potere politico dove la Cina è ancora profondamente leninista).


Il plauso del Fmi alla recente doppia manovra di svalutazione, riapre la partita sull’entrata dello yuan nel paniere delle valute di riserva dei forzieri delle banche centrali (creato nel 1969 contro il pericolo di crisi di liquidità).


Significherebbe ottenere due risultati: uno di natura simbolica, entrare nell’ambito dei «grandi» (insieme a dollaro, euro, yen e sterlina). L’altro significherebbe lo status di «economia di mercato»: un passaggio storico.


Nel club dei grandi

Una specie di «club» che certificherebbe che lo yuan è una valuta di caratura davvero globale al pari del dollaro. E ieri Pechino ha risposto alle accuse occidentali. Ma quale guerra di valute, hanno detto i cinesi, «ci stiamo semplicemente aprendo al mercato».


C’è tutta la Cina in questo riassunto del comunicato con il quale la Xinhua - agenzia di stampa ufficiale del Pcc - ha detto la sua riguardo le svalutazioni, due in due giorni, dello yuan. Secondo Xinhua, il deprezzamento della moneta non avrebbe come scopo quello di sostenere l’export in difficoltà.

Questa lettura, dicono a Pechino, «non regge» e le accuse di una guerra valutaria è «esagerata». La svalutazione dello yuan sarebbe invece il risultato di riforme che mirano a rendere la valuta cinese più orientata al mercato.


A questo punto un mondo orientato al mercato, cosa può dire ad un paese che, accusato di non accettarne le regole, specifica di aver agito proprio per «aprirsi» alle regole del mercato?

@simopieranni

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