Tiananmen, le primavere, l'Ucraina: 25 anni fa

Quest'anno si celebrano i venticinque anni di Tiananmen. Il 4 giugno 1989 ebbe termine, almeno militarmente, un evento storico in Cina, di cui ancora non si parla. E' ancora oggi un argomento vietato, proibito, per quanto non manchino, specie nelle sedi universitarie, interpretazioni e tentativi di comprensione. Alla luce – per altro – degli odierni sconvolgimenti in Ucraina, un'interpretazione di quanto accadde in Cina nel 1989 potrebbe risultare ancora più importante.

Il New York Times ha intervistato un professore universitario in pensione, Steven Levine, che ha lanciato un progetto piuttosto interessante, ovvero il Tiananmen Initiative Project, che «include una petizione che sollecita una schietta commemorazione degli eventi che culminarono in quel 4 giugno».

Il professore spiega di aver intrapreso questa iniziativa, «perché ho studiato la Cina durante tutta la mia vita e provo forti sentimenti sugli eventi cinesi. Credo di avere un attaccamento emotivo alla Cina, oltre a quello intellettuale e accademico. Ho un chiaro ricordo del 1989. Io ero a Tokyo quando si è verificata la soppressione, ma ho seguito gli eventi dopo la morte di Hu Yaobang in aprile con crescente ansia. Così mi sono interessato a questo tema da allora. La scorsa estate mi è venuto in mente che il 25° anniversario si stava avvicinando. Ho pensato: perché non fare qualcosa ? Ho deciso di intraprendere due cose. Una potrebbe essere una massiccia campagna di lettere per cercare di incoraggiare le istituzioni accademiche e le istituzioni civiche, tra cui gli Istituti Confucio a tenere una sorta di riunioni-incontri commemorativi, conferenze, lezioni in modo che il popolo cinese che ha partecipato al 1989, così come la leadership del Partito Comunista Cinese, sia informato del fatto che il mondo non ha dimenticato quello che è successo il 4 giugno. Non solo non dimenticato il 4 giugno, ma l'intero movimento da metà aprile fino alla repressione».

Si tratta di eventi importanti, capaci di mutare per sempre la natura della società cinese, sia da un punto di vista economico, sia politico. Alla luce delle primavere arabe e degli eventi che stanno sconvolgendo alcuni paesi europei, l'iniziativa potrebbe garantire una visuale ancora contemporanea su quanto accaduto.

Con le dovute differenze, ovvie, quanto accadde a Pechino – ma non solo perché in tutta la Cina ci furono manifestazioni e proteste – non è così distante da quanto accade oggi in alcuni paesi (più Bosnia, che Ucraina). Una trasformazione economica, allora come oggi, contribuì a esasperare la società, stretta tra inflazione e richiesta di garanzie, di reddito, salario e welfare. Allora, come oggi, queste trasformazioni, nel caso cinese l'ingresso nel mercato mondiale con le Riforme di Deng, provocarono scossoni sociali, ma anche necessariamente politici ed economici. Tutto finì, come spesso accade, per giocarsi sulle vite e sui destini di chi era in piazza, con volontà e richieste diverse: chi chiedeva democrazia, chi più spazio, chi più soldi, chi più trasparenza da parte del potere del Partito.

Che reagì come – forse – finiranno per reagire i governi che oggi sono sotto lo scacco di una protesta sociale, mista a nazionalismo, come nel caso ucraino, a giochi geopolitici ben più ampi: con la repressione.

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