Comunque la si pensi, il soft power cinese ha evidentemente funzionato, approfittando anche di alcuni svarioni americani: e così dopo anni di acquisti, insistenze, dinamismo internazionale, il presidente Xi Jinping ha aperto i lavori del mondo globalizzato rappresentato a Davos. Ma che idea di globalizzazione ha la Cina e in cosa consiste lo scarto rispetto a un eventuale eclissi americana?

Il discorso di Xi Jinping è stato annunciato nei giorni scorsi dai media cinesi e si è confermato a Davos: uno speech in favore del mondo globalizzato, contro protezionismi e populismi. I soldi devono girare, in pratica; ma allora, ci si chiede, siamo semplicemente di fronte a una sorta di «sostituzione» di una potenza leader con un'altra?


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Come hanno scritto i media cinesi, Xi Jinping, sostituisce semplicemente come «portabandiera» un presidente americano, sulla vetta della globalizzazione? Naturalmente la risposta è no, perché la Cina porta la sua visione di global governance, rafforzata in anni di progetti, in accordi bilaterali, nel mastodontico progetto di «One Belt One Road», nella sua nuova postura per quel che riguarda le crisi internazionali.

Pechino propone dunque qualcosa di diverso per quanto non ancora completamente cristallizzato.

Che mondo è - dunque - quello globalizzato cui la Cina si propone come guida? È un mondo che dovrebbe andare meglio, nell'ottica di Pechino, di quello precedente a guida americana. Un mondo nel quale la guida cinese possa rappresentare – in fondo – una sorta di dinamica win win per tutti: per Pechino e per i paesi che ne accettano la visione.

Un mondo nel quale il commercio procede senza dazi e intoppi e in cui vengono rispettate le differenze tra stati e mercati e tra regioni. E in cui ciascuno stato può gestire al meglio la propria sovranità, la propria territorialità e le dinamiche interne.

Alla Cina interessa che il mercato sia aperto, che le potenzialità di investimento siano alte, che non ci siano dazi a complicare le cose: per il resto ciascun stato al proprio interno faccia quanto vuole.

Il soft power cinese è – in questo senso – contrario a quello americano a cui siamo stati abituati in Occidente: nessuna ingerenza negli affari interni degli altri stati. Inoltre la Cina non pone prerogative o problematiche di natura politica: democrazia o meno, gli affari si possono fare ugualmente.

In questo, si dirà, c'è tutta la realpolitik storica cinese, di un paese abituato a concepire il mondo secondo i propri canoni, proprio come gli Usa, senza però volerli imporre ad altri con guerre o atti di forza.

La globalizzazione cinese, il suo concetto di global governance, dovrebbe dunque basarsi su alcuni assiomi: armonia dal punto di vista diplomatico, mercato liberi e in grado di far girare merci e investimenti. Ieri il Global Times, quotidiano nazionalista e su posizioni, spesso, durissime contro gli Usa, ha scritto: «La Cina è una potenza diligente e di basso profilo e la sua ascesa è da attribuirsi al duro lavoro del popolo cinese. L'economia cinese ha un grande potenziale. Inoltre, i cinesi sono disposti a condividere la prosperità con quelli di altre parti del mondo. La Cina non vuole sfidare gli Stati Uniti, né è incline a sovvertire l'ordine internazionale esistente. La Cina è disposta a contribuire al libero scambio e alla globalizzazione. Ma se gli Stati Uniti, sotto la guida di Donald Trump, si ritireranno dalla globalizzazione, la Cina non è in grado o non intende guidare il mondo nella globalizzazione e confrontarsi con gli Stati Uniti insieme ad alcuni paesi. Piuttosto, la Cina può essere la forza più vigorosa nella potente tendenza della globalizzazione».

Quindi, un ruolo di primo piano ma non egemonico, rispettoso del mondo multipolare. Ecco la Cina e il suo salto quantico: opporre all'egemonia Usa una forma di potere in grado di essere più adatta al mondo multipolare di oggi.

Bisognerà capire se gli altri paesi saranno disposti e se la forza economica di Pechino, giunta a Davos con importanti businessmen, sarà in grado di reggere questa nuova sfida.

@simopieranni

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