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Xinjiang, attacco contro palazzo del Pcc. Per Pechino è «terrorismo»

La regione nord occidentale cinese del Xinjiang torna a far parlare di sé: ieri quattro persone sarebbero state uccise dalla polizia a seguito del tentativo di «attacco» a una sede del partito comunista cinese. Per Pechino la regione è a rischio «infilitrazioni» jihadiste. Per la popolazione, la stretta repressiva della capitale è ormai a livelli insopportabili.

Secondo la polizia le persone uccise dalla polizia avevano preparato un vero e proprio attentato contro una sede del partito comunista nella regione cinese a maggioranza musulmana dello Xinjiang. La polizia ha ucciso i quattro assalitori, a bordo di un'auto con esplosivo nella contea di Karakax, nel sud della regione, una delle zone con minore presenza di abitanti di entia han, più numerosi nella parte settentrionale del territorio.

Si tratta dell'ennesimo «confronto» tra popolazione della regione e polizia (o funzionari cinesi): centinaia di persone sono state uccise negli ultimi anni nello Xinjiang in violenze fra gli uiguri e gli Han.

L'agenzia Xinhua non ha avuto dubbi e ha definito l'attacco come terrorismo.

Gli uiguri sono la popolazione originaria della regione: un tempo viatico e passaggio «caravaniero» della via della Seta, miscuglio di etnie e religioni, è diventata poi una zona musulmana abitata in maggioranza dall'etnia uigura.

Contro le aspirazioni separatiste di alcuni movimenti minoritari e contro - soprattutto – la volontà della popolazione di mantenere lingua e tradizioni, Pechino ha ingaggiato da tempo un confronto muscolare: dapprima con azioni repressive, cui poi ha aggiunto uno spostamento ingente di popolazione han.

Questo «travaso» di popolazione ha finito per mutare per sempre le caratteristiche della regione. Pechino ha anche lanciato il progetto «Go West» proprio per consentire di sviluppare infrastrutture e meccanismi economici in una regione altrimenti rimasta fuori dallo sviluppo cinese che è stato per lo più, ai suoi inizi, sul lato costiero orientale.

Lo sviluppo, i mercati, e soprattutto la popolazione han che ha finito per abitare in maggioranza ormai la regione, ne ha mutato per sempre le caratteristiche, tanto che la popolazione uigura oggi non è più la maggioranza ed alcune città, simbolo del mondo islamico, sono oggi veri e propri «Disenyland» turistiche senza più anima.

Le risposte alla repressione denunciata dalla minoranza uigura si sono svolte quasi sempre nella regione dello Xinjiang, ma in alcuni casi ne hanno superato i confini. Nel 2013, ad esempio, tre uiguri si sarebbero schiantati in auto contro i pedoni proprio di fronte a Tiananmen, uccidendo cinque persone. Un gesto di sfida clamoroso proprio nel cuore della capitale cinese.

Pechino nel tempo ha sempre accusato i separatisti uiguri per gli attacchi violenti, ma secondo gruppi umanitari occidentali questi attacchi sarebbero semplicemente il risultato della politica repressiva del governo centrale.

La Cina accusa il movimento islamico del Turkestan orientale, (Etim) di essere la causa di attacchi e disordini: secondo molti esperti, però, il gruppo neanche esisterebbe. Così come Pechino accusa molti degli abitanti di essere «jihadisti» dello Stato islamico, anche se i numeri presi in considerazione da esperti internazionali sembrerebbero minori rispetto a quelli denunciati da Pechino.
@simopieranni

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