L’Africa nuovo baluardo dello Stato islamico?

Un recente editoriale pubblicato su al-Naba, la newsletter settimanale dello Stato Islamico in lingua araba, ha lanciato un monito agli africani, intimando che devono essere pronti ad accettare l’espansione del gruppo jihadista nel loro continente.

Credit Photo: OLEG ZABIELIN / GETTY IMAGES
Credit Photo: OLEG ZABIELIN / GETTY IMAGES

L’avvertimento fa eco a un’intervista, citata nel luglio scorso sul sito jihadwatch.org, nella quale un appartenente ai vertici dell’organizzazione dichiara: “Mentre le nostre roccaforti sono sotto attacco in Iraq e Siria, siamo stati in grado di spostare in Africa alcuni dei nostri centri di comando, strutture mediatiche e logistiche e parte delle nostre risorse economiche”.

L’Africa riveste da tempo particolare interesse per lo Stato Islamico, che nel nuovo ordine congetturato dal califfo Abu Bakr al-Baghdadi, vorrebbe suddividerne la parte occidentale e settentrionale in tre grandi regioni, la cui estensione territoriale complessiva supererebbe ampiamente l’antica presenza nel continente dell’Impero Ottomano, che in prevalenza si espanse lungo le coste meridionali del Mediterraneo.

Le tre provincie (wilayat) in questione sono: Alkinana, Maghreb e Habasha (denominazione utilizzata per riferirsi a specifici gruppi etnici etiopi ed eritrei, noti anche come abissini). La prima comprenderebbe Sudan, Ciad e Egitto; mentre la seconda sarebbe composta da Eritrea, Etiopia, Somalia e Kenya. La terza grande wilaya del Maghreb includerebbe quattro Stati nordafricani: Tunisia, Marocco, Libia e Algeria, più Mauritania, Niger e anche la Nigeria, dove sono attivi gli estremisti di Boko Haram, che dal marzo 2015 hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico.

Con queste premesse, l’ISIS ha allargato la sua sfera d’influenza in Africa occidentale, dopo che, alla fine di ottobre, l’Amaq News Agency del Califfato ha riconosciuto il giuramento di fedeltà da parte del gruppo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS).

Il gruppo, operativo nella regione del Sahel, è guidato da Adnan Walid al-Saharawi che nel recente passato è stato uno dei principali comandanti di al-Mourabitoun (Le Sentinelle), organizzazione jihadista nata nell’agosto 2013 dalla fusione di elementi dei due gruppi estremisti protagonisti del recente conflitto in Mali: il Movimento per l’unicità e il jihad in Africa Occidentale (MUJAO), di cui al-Sahrawi era portavoce, e della Katiba al-Muthalimin, guidata dal super ricercato terrorista algerino Mokhtar Belmokhtar.

Nella visione che dopo la cacciata dalle roccaforti di Mosul e Raqqa, lo Stato Islamico tenti di convergere molti dei suoi militanti in Africa, il riconoscimento dell’ISGS assume particolare valenza, accresciuta dal fatto che offre al Califfato un secondo gruppo ufficiale di riferimento in Africa occidentale, dopo Boko Haram.

Non è chiaro, però, perché da quando il 14 maggio 2015 al-Saharawi ha giurato fedeltà ad al-Baghdadi ci siano voluti oltre diciassette mesi prima che lo Stato Islamico decidesse di riconoscere il leader jihadista come uno dei suoi rappresentanti in Africa occidentale. 

È pur vero che l’ISGS è un’emanazione di al-Morabitun, il gruppo guidato da Belmoktar, che smentì subito l’annuncio di sottomissione all’IS da parte di al-Saharawi, ribadendo la propria vicinanza ad al-Qaeda ed evidenziando, in questo modo, una spaccatura all’interno del suo gruppo.

Su questo blog abbiamo già scritto su Belmokhtar e al-Mourabitun, mettendo in evidenza come il gruppo in origine era un ramo di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), con cui è tornato a riunirsi alla fine del 2015. Entrambi i gruppi hanno le loro roccaforti nel nord del Mali e congiuntamente, tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, hanno compiuto attacchi in Mali, Burkina Faso e in Costa d’Avorio.

È possibile che a indurre i luogotenenti di al-Baghdadi a esitare a lungo prima di accreditare il gruppo di al-Saharawi all’interno dell’IS siano stati i dubbi relativi alla sua capacità operativa, tanto più che in tutti questi mesi l’ISGS ha dovuto fronteggiare la minaccia dei lealisti di Belmokhtar. 

Le incertezze sulla capacità offensiva della formazione jihadista sono state fugate dai tre attacchi sferrati negli ultimi due mesi. Nei primi due, che hanno avuto luogo al confine tra Burkina Faso e Mali, hanno perso la vita tre militari burkinabe, un civile e un doganiere. L’ultimo è stato perpetrato lo scorso 17 ottobre in Niger, dove i fanatici islamisti hanno tentato di far evadere alcuni jihadisti dal carcere di massima sicurezza di Koutoukalé, situato vicino alla capitale Niamey.

In tutto ciò non possiamo dimenticare che al-Saharawi è nato nel 1979 a Laayoune, nel sud del Marocco o meglio Sahara occidentale, dove è cresciuto prima di varcare il confine delimitato dal muro di sicurezza ed entrare in Algeria, a Tindouf, per arruolarsi nel cosiddetto Esercito popolare di liberazione saharawi, il braccio armato del Fronte Polisario.

Il fatto che un ex membro del Polisario sia il primo leader terrorista del Sahel a giurare fedeltà ad al-Baghdadi potrebbe mietere proseliti anche tra i giovani profughi saharawi, tra i quali serpeggia un atavico spirito di rivolta contro il Marocco, che nell’ultimo decennio li ha spinti ad arruolarsi a centinaia nelle tante sigle terroristiche attive nella regione.

@afrofocus

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