Cop22: è l’Africa la più colpita dagli eventi climatici estremi

Oggi si conclude la 22esima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, che dallo scorso 7 novembre ha visto riunite a Marrakech oltre 20mila persone, tra cui ottomila delegati di oltre tremila Ong e 1.500 giornalisti. Oltre alla rilevante presenza delle rappresentanze diplomatiche di 196 Paesi e più di 100 tra capi di Stato e di governo.

I leader mondiali posano in una foto di gruppo alla Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, Marrakech, 15 novembre 2016. Reuters Photo
I leader mondiali posano in una foto di gruppo alla Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, Marrakech, 15 novembre 2016. Reuters Photo

L’obiettivo comune dei lavori era dare un seguito concreto agli impegni presi lo scorso anno a Parigi, dove, dopo anni di negoziati infruttuosi, venne concluso uno storico accordo con l’ambizioso target di contenere il riscaldamento globale entro i due gradi per la fine del secolo.

Un traguardo fondamentale per proteggere il pianeta dalle gravi conseguenze di un eccessivo aumento della temperatura, come l’innalzamento del livello dei mari o la formazione di violente tempeste e di prolungate siccità.

La strada appare però ancora in salita come rileva l’ultimo rapporto annuale stilato dall’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) sul divario tra gli impegni assunti dai singoli Paesi per ridurre le emissioni climalteranti e quel che sarebbe necessario fare per mantenere alla fine del secolo la temperatura globale entro un aumento di due gradi.

Lo studio ha rilevato che per centrare gli obiettivi di Parigi le emissioni di CO2 dovrebbero essere ridotte di un’ulteriore 25% e che le emissioni al 2030 raggiungeranno le 54 o 56 gigatonnellate (una Gt di gas serra è grosso modo equivalente alle emissioni generate in un anno da tutti i trasporti nell’Unione europea, inclusa l’aviazione) di anidride carbonica equivalente. Un dato molto distante dal livello di 42 Gt necessario per avere una possibilità di limitare il riscaldamento climatico entro due gradi in questo secolo.

La necessità di un’azione urgente nasce anche dal fatto che il 2015 è stato l’anno più caldo da quando esistono rilevamenti meteorologici affidabili, cioè da 136 anni. La tendenza continua anche nel 2016, che ha visto i primi sei mesi caratterizzati da temperature ancora più elevate, ma ciononostante il rapporto Unep rileva che le emissioni nocive continuano a crescere.

Anche alla luce di questi dati, l’attenzione sul vertice di Marrakech è stata notevole, pur tenendo presente che negli obiettivi ufficiali della Cop22 non figurava quello di incrementare la riduzione dell’inquinamento atmosferico, quanto quello di stabilire i dettagli d’implementazione del precedente accordo parigino.

Il fatto che la ventiduesima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si è tenuta in Africa, ha anche offerto l’opportunità di sostenere le aspirazioni della macroregione volte a promuovere una risposta transregionale e continentale alla sfida globale dei cambiamenti climatici.

Il sopracitato rapporto dell’UNEP evidenzia che l’Africa, pur essendo l’unico continente ancora non industrializzato, a livello globale ha contribuito solo al 4% allo storico accumulo dei gas serra attraverso le emissioni di carbonio, che invece hanno avuto e avranno notevoli conseguenze sullo sviluppo e sulla crescita economica africana, con perdite che oscillano tra i 7 e i 15 miliardi di dollari all’anno.

Oltre al fatto che l’incertezza climatica rappresenta una barriera agli investimenti, complicandone la pianificazione a lungo termine e la progettazione di infrastrutture. Inoltre, i disastri naturali sono in grado di incidere in modo significativo sulle performance commerciali, che saranno particolarmente penalizzate nei Paesi in cui l’agricoltura, settore maggiormente vulnerabile agli effetti del clima, costituisce la principale fonte di reddito.

Tra le molteplici implicazioni per l’Africa, che derivano dall’aumento delle temperature e dal cambiamento dei modelli idrici di riferimento, c’è anche il rischio dell’aumento di conflitti in Africa, come testimoniato da uno studio pubblicato lo scorso settembre su Science.

Mentre la dodicesima edizione del Global Climate Risk Index, pubblicato dalla Ong tedesca Germanwatch, certifica che l’Africa nel 2015 è stato il continente più colpito da eventi atmosferici estremi.

Secondo lo studio, presentato a Marrakech, in occasione del secondo giorno di lavori della Cop22, quattro dei dieci paesi maggiormente colpiti nel 2015 da eventi metereologici estremi, a livello globale, sono africani. Tra questi, a detenere l’infausto primato è il Mozambico, seguito dal Malawi, che figura al terzo posto, mentre Ghana e Madagascar sono entrambi in ottava posizione.

La relazione spiega, inoltre, che proprio il continente che sta ospitando il vertice sul clima, lo scorso anno è stato in gran parte segnato da inondazioni e che le economie africane più povere sono le più vulnerabili al rischio climatico.

In tutto questo, la Banca africana di sviluppo (AfDB) è pronta a fare la sua parte, come dimostra la recente adozione del Nuovo piano per l’energia da parte dell’istituto finanziario panafricano.

@afrofocus

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