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Il G5 Sahel è troppo debole per fermare la nuova cooperativa del terrore

Al debutto, l'iniziativa militare lanciata per stabilizzare la regione saheliana-sahariana espone tutte le sue lacune. I fondi promessi non sono arrivati. La Francia vuole iniziare a ritirare le sue truppe. E i jihadisti hanno ripreso a colpire

Il presidente del Burkina Faso Roch Marc Christian Kabore, il presidente della Mauritania Mohamed Ould Abdel Aziz, il presidente della Francia Emmanuel Macron, il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita, il presidente del Ciad Idriss Deby e il presidente del Niger Mahamadou Issoufou durante il vertice del G5 Sahel al Palazzo presidenziale di Koulouba a Bamako , Mali, 2 luglio 2017. REUTERS / Luc Gnago
Il presidente del Burkina Faso Roch Marc Christian Kabore, il presidente della Mauritania Mohamed Ould Abdel Aziz, il presidente della Francia Emmanuel Macron, il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita, il presidente del Ciad Idriss Deby e il presidente del Niger Mahamadou Issoufou durante il vertice del G5 Sahel al Palazzo presidenziale di Koulouba a Bamako , Mali, 2 luglio 2017. REUTERS / Luc Gnago

Cominciano a delinearsi i contorni del G5 Sahel, l’iniziativa militare congiunta tra Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania progettata nel febbraio del 2014 e lanciata lo scorso luglio per assicurare la sicurezza nella regione sahelo-sahariana. Una forza coordinata nel quadro della lotta alla criminalità locale e, soprattutto, alla minaccia terroristica che dall’inizio della crisi nel Mali, scoppiata nel gennaio 2012, ha compromesso la stabilità geopolitica della zona.

L’obiettivo è quello di riuscire ad impiegare entro marzo del prossimo anno 5.000 uomini suddivisi in sette battaglioni che faranno base a Sevaré, nel centro del Mali. Un traguardo che per il momento sembra essere ancora lontano viste le tante difficoltà riscontrate fino ad oggi.
 
Il 31 ottobre il dispositivo ha inaugurato la sua attività con “Hawbi”, una prima operazione composta da 500 uomini dispiegati al confine tra Mali, Burkina Faso e Niger. Un test fondamentale per le truppe che, oltre ad assumere un valore simbolico dopo il ritardo accumulato negli ultimi mesi, ha portato alla luce una serie di problemi logistici e tecnici. Condotta con il sostegno dell’operazione francese Barkhane, la missione ha rivelato una precarietà strutturale più seria di quanto era stato previsto. Gli equipaggiamenti necessari per la ricognizione del territorio finalizzata a individuare la presenza di gruppi terroristici sono risultati insufficienti, mentre il coordinamento tra i soldati dei differenti Paesi ha bisogno di un maggiore dialogo tra le parti.
 
Ma il problema più importante per il G5 Sahel resta quello finanziario. Il budget stimato per il funzionamento dell’operazione ammonta a 423 milioni di euro e, per il momento, i fondi raccolti coprono solamente un quarto della cifra.

Gli Stati aderenti al progetto hanno promesso 10 milioni di euro a testa, ai quali si aggiungono 8 milioni provenienti dalla Francia e 50 dall’Unione europea. Dopo un lungo braccio di ferro diplomatico tra Washington e Parigi avvenuto durante la presidenza francese del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, lo scorso 30 ottobre il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, ha annunciato un sovvenzionamento di 51 milioni di euro. Un parziale cambio di rotta per gli Stati Uniti, che fin da subito si erano mostrati contrari a un finanziamento da parte delle Nazioni Unite arrivando a minacciare il veto sulla risoluzione adottata a giugno. Tillerson ha fatto sapere che il sostegno avverrà sotto forma di cooperazione bilaterale direttamente con i paesi appartenenti all’operazione, senza passare attraverso le Nazioni Unite.

Per convincere la comunità internazionale a sostenere economicamente l’iniziativa, il prossimo 16 dicembre si terrà a Bruxelles un incontro per raccogliere fondi, a cui parteciperanno anche i Paesi del Golfo.
 
Anche se per il momento ancora non c’è stato un annuncio ufficiale, la Francia vuole cominciare il ritiro, almeno parziale, delle sue truppe impegnate sul posto con la missione Barkhane, entrata in vigore nel 2014 succedendo a Serval. Questa operazione rappresenta la più importante missione militare francese attualmente impiegata all’estero, con un contingente di 4500 soldati e un costo di circa 800 milioni di euro all’anno. Una cifra diventata ormai insostenibile per le casse della Difesa francese, costretta a fare i conti con un risanamento di bilancio che ha già portato a importanti tagli.

L’obiettivo dell’Eliseo è quello di alleggerire la presenza dei suoi uomini lasciando attivo un meccanismo di controllo e di sostegno alle forze locali. L’utilizzo di un dispositivo transfrontaliero capace di pattugliare la regione passando agevolmente i confini rappresenta lo strumento migliore per contrastare l’avanzata jihadista. Per questo, fin dall’inizio del suo mandato il presidente Macron ha moltiplicato gli sforzi per accelerare la realizzazione del progetto.

“Barkhane resterà il tempo necessario” ha affermato il ministro francese della Difesa, Florence Parly, pochi giorni fa a Dakar a margine del Forum internazionale sulla pace e la sicurezza in Africa, sottolineando che tutto dipenderà dagli sviluppi che il G5 Sahel compirà nei prossimi mesi.  In altre parole, la Francia rimane impegnata nell’accompagnamento e nella formazione delle truppe, ancora troppo inesperte per raccogliere il testimone e poter fronteggiare da sole la minaccia terroristica.
 
In un simile contesto, il G5 Sahel è destinato a ridisegnare i rapporti di forza regionali spostando gli equilibri della zona a discapito di alcuni paesi limitrofi come l’Algeria, che tradizionalmente ha sempre svolto un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo nella regione e adesso si vede esclusa dai giochi.
 
All’interno dello scacchiere strategico si aggiunge poi la presenza dei caschi blu della Minusma, attivi con circa 12mila soldati. Più volte criticata per la sua presunta inefficacia, la missione di pace delle Nazioni Unite ha subito pesanti perdite umane da quando è entrata in funzione nel 2013. Il suo ruolo multidimensionale prevede l’affiancamento ad azioni militari e parallelamente l’accompagnamento del processo di pace. Una funzione che continuerà in questa direzione una volta che il G5 Sahel diventerà operativo a tutti gli effetti nella lotta contro i terroristi islamici, che dopo un periodo di relativa calma in questi ultimi mesi sono tornati a colpire le forze militari presenti sul territorio.
 
Un’escalation di violenze dovuto principalmente alla riorganizzazione dei gruppi attivi nella zona, che nel marzo di quest’anno si sono uniti sotto un’unica bandiera, quella del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Gsim). All’interno della coalizione, che dovrebbe contare su un effettivo di circa 500 uomini, sono confluite le principali fazioni jihadiste, come Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), Ansar Dine, la katiba di Al Mourabitoune e quella del Fronte di liberazione del Macina.  Una sorta di “cooperativa del terrore”, guidata da liad Ag-Ghali, figura di spicco della ribellione tuareg passato sotto la bandiera di Al Qaeda.

A seminare terrore c’è poi anche lo Stato islamico nel Gran Sahara, gruppo formato da circa 200 uomini appartenente all’Isis.
Organizzazioni che, nonostante non presentino un numero consistente di combattenti, spesso godono dell’appoggio della popolazione locale, rendendo difficile il lavoro di ricognizione e pattugliamento delle forze militari.
 
Il G5 Sahel dovrà sviluppare velocemente le sue capacità per riuscire a far fonte a questo tipo di sfide.

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