Perché al Qaeda vuole unificare le sue forze nel Sahara-Sahel

Il Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani (GSIM), formato lo scorso 2 marzo dalla fusione dei principali gruppi jihadisti saheliani legati ad al Qaeda nel Maghreb islamico, ha rivendicato un nuovo attacco alle forze di sicurezza maliane.

Miliziani islamisti in Mali. Credit Photo: Le Pays
Miliziani islamisti in Mali. Credit Photo: Le Pays

L’attentato è stato compiuto lo scorso 29 marzo in Mali contro una gendarmeria a Boulikessi, nella zona di Douentza, vicino al confine con il Burkina Faso, dove sono rimasti uccisi due poliziotti e un civile. Si tratta della seconda azione portata a termine dalla nuova alleanza jihadista, che nella stessa area, lo scorso 5 marzo, aveva ucciso 11 soldati dell’esercito maliano.

Le due azioni dimostrano che la nuova organizzazione sorta dall’unione di Ansar Dine, Fronte di liberazione della Macina, Mujaheddin dell’Emirato del Sahara e la Katibah al-Mourabitun, sta cercando d’imporre la sua presenza sul territorio.

Tutto questo, lascia spazio alla previsione di un potenziale ulteriore aumento degli attentati nel Paese e nelle regioni vicine. È anche possibile prevedere che il GSIM possa lanciare attacchi contro le postazioni dell’esercito maliano e contro la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA), come già avvenuto più volte negli ultimi due anni.

La nuova alleanza è guidata da Iyad Ag Ghaly, attuale guida di Ansar Dine e uno dei principali protagonisti della seconda rivolta tuareg consumata tra il 1990 e il 1995, che ha rinnovato la sua fedeltà all’emiro di al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM), l’algerino Abu Musab Abdelwadoud, il cui vero nome è Abdelmalek Droukdel.

Quest’ultimo, lo scorso 14 marzo, ha approvato la fusione e invitato tutti i gruppi jihadisti della regione a seguire l’esempio del gruppo di Ghaly per unirsi sotto la bandiera di al Qaeda. Poi, il 19 marzo, la base centrale di al Qaeda ha emesso un comunicato ufficiale benedicendo l’unione. 

Alcuni analisti hanno letto la volontà di riunirsi in un unico cartello dei gruppi filo-qaedisti attivi nel Sahel come una risposta di AQIM al progressivo indebolimento dell’influenza dello Stato islamico nella regione. Altri, invece, ritengono che sia stata concepita specialmente per formalizzare i legami e le relazioni, che esistono tra questi gruppi e risalgono al culmine della crisi del Mali, tra aprile 2012 e gennaio 2013.

Fu durante questi nove mesi che AQIM, Ansar Dine e il Movimento per l’unità e il Jihad in Africa Occidentale (MUJAO) emarginarono il gruppo dei ribelli tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad, che avevano occupato il Nord del Mali. I jihadisti presero pieno potere delle operazioni militari e puntarono su Bamako per imporsi su tutto il Paese, provocando la reazione militare della Francia di Hollande. 

È comunque possibile, interpretare il raggruppamento delle quattro formazioni islamiste anche alla luce della competizione tra Stato Islamico e al Qaeda in Africa occidentale. La motivazione che potrebbe aver indotto alla fusione può essere  riconducibile al fatto che, sebbene AQIM continui a essere un attore centrale nel jihad regionale, la sua supremazia è contrastata da piccoli gruppi vicini o ufficialmente affiliati allo Stato Islamico. 

Tra queste formazioni jihadiste emerge lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS), guidato da Adnan Abu Walid al-Sahrawi e operativo nella regione del Liptako-Gourma, a cavallo tra le zone di confine del Mali, Burkina Faso e Niger.

La diffusa opinione che lo Stato Islamico, costretto a ripiegare dalle sue roccaforti in Siria, Iraq e Libia, avrebbero ridotto la sua attrazione è stata smentita da un recente rapporto, che cita fonti dei servizi segreti militari francesi.

Secondo l’informativa, sia l’ISGS che la Provincia dello Stato islamico in Africa occidentale (Boko Haram) avrebbero intensificato i collegamenti per estendere l’influenza del Califfato in Mali e Burkina Faso. 

Una strategia che potrebbe effettivamente ridurre l’influenza nella regione di AQIM, che da tempo persegue l’obiettivo primario di unire i gruppi militanti attivi in ​​Africa nord-occidentale e nel Sahel. Per questo, il raggiungimento di un maggior livello di integrazione è in linea con le ambizioni regionali di Droukdel.

Dal punto di vista operativo, le due principali organizzazioni jihadiste della regione, AQIM e al-Mourabitun, già dal dicembre 2015 avevano messo da parte le loro differenze e riunificato le fila per favorire la condivisione di mezzi e risorse, col fine di evitare ulteriori defezioni in favore dello Stato Islamico.

Per questo, il GSIM deve essere visto come il risultato finale di una lunga dinamica di coordinamento nella quale AQIM si è decisamente impegnata.

I rappresentanti di AQIM e Al Mourabitun che hanno ufficializzato il GSIM sono algerini, mentre i capi di Ansar Dine e del Fronte di Liberazione della Macina sono maliani delle comunità tuareg e fulani. Tale diversità rispecchia mescolanze etniche e geografiche in una struttura di comando e controllo dominata da algerini.  

L’apertura verso i combattenti del Sahel con la conseguente assunzione da parte di questi ultimi di posizioni di maggiore responsabilità, delinea la volontà di espansione dell’organizzazione a sud del Sahara e il suo potenziale interesse nel mettere radici tra le popolazioni musulmane locali.

Tuttavia, le motivazioni ideologiche, gli approcci strategici e le capacità paramilitari dei gruppi armati che hanno dato vita al GSIM differiscono molto tra loro ed è molto difficile che tali diversità possano essere sanate in virtù di comuni impegni di fedeltà. 

@afrofocus

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