Persone radunate per guardare i mondiali Brasile 2014. REUTERS/Feisal Omar
Persone radunate per guardare i mondiali Brasile 2014. REUTERS/Feisal Omar

In Africa orientale, le due precedenti edizioni dei Mondiali di calcio in Sudafrica e Brasile erano state funestate da attentati compiuti dai jihadisti somali di al-Shabaab, che avevano colpito con estrema ferocia i luoghi dove i tifosi inermi guardavano le partite.


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I terroristi islamici emanarono anche una fatwa contro il campionato del mondo di calcio del 2010 in Sudafrica, che imponeva di non guardare gli incontri perché secondo un’interpretazione rigorosa della sharia distraggono le menti dalla preghiera. Al-Shabaab sostenne inoltre che il Corano proibisce di guardare il calcio, così come altre forme di intrattenimento laico “impuro” come la musica, la danza e la visione di film.

Così, pochi giorni dopo l’inizio del primo mondiale di calcio africano, gli estremisti tradussero le minacce in realtà prendendo di mira cinema e piccoli hotel di Mogadiscio e delle città della Somalia meridionale, dove erano in corso le proiezioni delle partite.

Uganda e Kenya sotto attacco

Gli assalti più sanguinosi ebbero luogo fuori dalla Somalia, il giorno della finale del torneo tra Olanda e Spagna, quando venne attaccato un ristorante etiope, situato nel quartiere di Kabalagala, nella capitale dell’Uganda, Kampala, dove morirono quindici persone, la maggior parte delle quali stranieri.

Un’ora dopo, sempre a Kampala, due esplosioni in rapida successione, avvenute a pochi minuti dal termine dell’incontro, colpirono la folla accorsa al Kyadondo Rugby Club di Nakawa, un sobborgo della capitale dove era stato allestito un maxi schermo per vedere la partita. Nelle due detonazioni rimasero ferite sessantaquattro persone e quarantanove persero la vita.

Quattro anni più tardi, tra il 16 e 17 giugno 2014, mentre erano in corso i mondiali in Brasile, cinquanta miliziani di al-Shabaab lanciarono due diversi attacchi nella cittadina di Mpeketoni, nell’entroterra dell’isola di Lamu, situata nella zona costiera del Kenya. Nel duplice attentato persero la vita più di sessanta persone, colpite per strada, negli alberghi o nei locali, dove in molti si erano recati per assistere all’incontro tra Brasile e Messico.

Visti i precedenti, era prevedibile che anche questi mondiali sarebbero stati l’occasione per compiere nuovi attentati contro i locali che trasmettevano le partite. Tuttavia, contro ogni aspettativa, l’intransigente costola di al-Qaeda in Somalia non ha nemmeno emesso alcun divieto di guardare gli incontri della Coppa del Mondo appena terminata.

Un approccio reso ancora più sorprendente dal fatto che poco più di tre mesi prima della partita inaugurale di Russia 2018, i militanti islamici hanno imposto la chiusura di venti stadi e campi da calcio nei tre distretti poco fuori Mogadiscio, ancora sotto il loro controllo.

Una doppia interpretazione

La decisione di “ignorare” il Mondiale potrebbe essere stata originata dal fatto il gruppo militante è in difficoltà per l’intensificarsi della pressione esercitata negli ultimi mesi dall’Amisom (Missione dell’Unione Africana in Somalia), che ha causato al gruppo la perdita del controllo di vaste porzioni di territorio.

Potrebbe anche darsi, però, che la totale mancanza di proclami ed attacchi contro il Mondiale di calcio Russia faccia parte di una strategia per far risalire la popolarità del gruppo, che negli ultimi tempi è stato gravemente minata da una serie di attacchi in cui ha perso la vita un ingente numero di civili.

Uno fra tutti: il devastante bombardamento nel quartiere commerciale di Hodan, nel centro di Mogadiscio, dove lo scorso 14 ottobre due camion pieni di seicento chilogrammi di esplosivo hanno provocato oltre cinquecento morti.

In vista della Coppa del Mondo di Russia 2018, le agenzie di sicurezza somale avevano avvertito di possibili attacchi di al-Shabaab. Per questo, avevano sollecitato i proprietari dei luoghi dove si sono trasmesse le partite ad elevare al massimo il livello di vigilanza.

Ciononostante, non è accaduto nulla di grave. Questo potrebbe confermare le difficoltà economiche e militari dovute all’incessante contrasto da parte dell’Amisom, che ha costretto i miliziani ad abbandonare la linea del fronte nel sud della Somalia.

L’azione della missione di peacekeeping ha spinto il gruppo fuori dai territori strategici, dalle città e dai porti marittimi, che erano sotto il suo controllo. Tutto ciò ha prodotto una significativa diminuzione delle sue risorse economiche e lo ha costretto a spostare le sue basi rimodulando l’offensiva più sulle tattiche di guerriglia e sull’uso di Ied (Improvised Esplosive Device), ordigni realizzati in maniera artigianale tramite l’impiego di esplosivi recuperati da proiettili e mine.

Al-Shabaab sarebbe in difficoltà anche a causa della lotta per la leadership, che sta affievolendo la sua capacità operativa. Secondo alcuni rapporti dell’intelligence locale, il capo supremo del gruppo, l’intransigente Ahmed Umar conosciuto anche come Abu Ubaidaho Ahmed Diriye, sarebbe deceduto per un cancro allo stomaco, in una base di al-Shabaab a Jilib, circa 410 chilometri a sud di Mogadiscio.

Gli analisti ritengono che le sue direttive riguardo la sostituzione non sono state rispettate. Questo ha aperto la lotta alla successione, che si sarebbe già allargata all’interno del gruppo jihadista in cui adesso i giochi di potere sono in continua evoluzione.

@afrofocus

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