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Allarme Burundi: conversazione con l'attivista Marguerite Barankitse

Il Burundi sull’orlo della guerra civile. Il Burundi a rischio genocidio. Il Burundi che non riesce a trovare forme di dialogo fra governo, opposizione e società civile. Questi sono alcuni degli allarmi lanciati dalla stampa e comunità internazionale per la situazione che questo piccolo ma strategico paese al centro della regione dei Grandi Laghi sta vivendo da aprile 2015.

Photo credits www.fondationjeanfrancoispeterbroeck.be

Il contestato terzo mandato del presidente Pierre Nkurunziza, che si è candidato e ha vinto le elezioni di giugno nonostante la costituzione ponga il limite dei due mandati consecutivi, ha innescato una situazione di tensione e caos.

Sono 223.323, secondo l’UNHCR, i rifugiati burundesi che da aprile hanno cercato asilo nelle nazioni confinanti [i dati aggiornati al 7 dicembre 2015 ndr]. Un’enormità, soprattutto se compariamo questo numero a quello delle persone fuggite prima di quest’ondata migratoria, che non arriva a 15 mila.
Oltre 240 le uccisioni, che si contano indistintamente fra filo governativi e non, hutu e tutsi. Molti anche gli attivisti che, apertamente contrari al terzo mandato di Nkurunziza, sono costretti all’esilio. Fra loro c’è Marguerite Barankitse, che incontriamo a Roma in occasione di un convegno sulla crisi in Burundi.

Il suo intervento è preceduto da un video che racconta la sua storia e quella dei suoi figli. Sì, perché Maggy è prima di tutto una madre che, dal 1993 ad oggi, ha dato riparo e permesso di crescere a decine di migliaia di bambini nella sua Maison Shalom.

Questa Casa della Pace nasce a Ruyigi, la città di Barankitse, all’inizio della guerra civile burundese. A quel tempo Maggy non sapeva che i 30 e più bambini, rimasti orfani, che decise di prendere con sé e crescere tutti assieme, sarebbero stati solo i primi di tanti altri con i quali contribuire alla costruzione di un nuovo Burundi. Da allora, nel corso di questi 20 anni e più, Maison Shalom ha contribuito alla creazione di 270 posti di lavoro fissi e oltre 300 temporanei, senza contare le migliaia di persone che hanno beneficiato delle infrastrutture e attività messe in piedi dalla Casa. Iniziative, come quella del centro di accoglienza temporaneo, delle scuole primarie e secondarie, dell’ospedale e dei servizi di micro finanza e credito, che da inizio novembre 2015 sono paralizzate, in seguito alla decisione del Procuratore Generale della Repubblica di bloccarne i conti.

“Come mi sento?”, esordisce Maggy. “Sono terribilmente arrabbiata!”, esclama questa donna, vestita in abiti tradizionali, che non perde mai il sorriso, anche quando spiega il motivo della sua collera. “Non è la mia situazione personale a rattristarmi – si affretta a precisare, facendo riferimento alla sua lontananza forzata –, ma il fatto che a causa di una sola persona tutto un paese stia soffrendo”.

Per questa persona, che non ha voluto fare un passo indietro, Maggy ha tuttavia parole di comprensione. “Il nostro fratellino (Nkurunziza ha una decina di anni in meno di Barankitse ndr) ha molto sofferto, ha perso il padre da piccolo” racconta l’attivista spiegando come una tale frustrazione e disperazione possano spingere un giovane a lottare più degli altri. Si fa più dura la sua voce, però, quando si arriva a parlare dell’oggi, ricordando al pubblico, fra cui siedono esponenti filo governativi e persino l’ex portavoce del partito al governo, le tante conversazioni avute con Nkurunziza per convincerlo a desistere dalla terza ricandidatura. “Un giorno gli ho detto che non può lasciare che siano i suoi figli e nipoti a soffrire e a morire, solo perché è lui a soffrire! Lo abbiamo sconsigliato tutti, ma lui non ci ha ascoltati”.

Eppure il messaggio di Maggy non è di ribellione, ma di speranza: “Vengo a dirvi che l’amore trionfa”. Quanta rabbia, però, nel ricordare quel giovane scout di 15 anni, di cui mostra una foto sorridente accanto a quella del suo corpo senza vita. Un ragazzo, poco più che bambino, ucciso da un poliziotto mentre, davanti la porta di casa, guardava gli oppositori marciare. “È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non si può uccidere un ragazzo inerme, le mani in aria, con un colpo di pistola”. Si ribella, Maggy, al fatto che poliziotti pagati con le tasse dei cittadini possano compiere simili gesti.

Invece questo è accaduto, il 26 aprile scorso alle 2 di pomeriggio nel quartiere Mutakura di Bujumbura, trasformando il giovane Komezamahoro Nepomucene nella prima vittima accertata di questa crisi.

Ma la collera di Marguerite è quella di una madre che non si lascia spezzare, ma resta in piedi davanti all’odio, perché questo non deve avere l’ultima parola.

Prende in prestito le parole dell’Abbé Pierre per sottolineare che la Maison Shalom e il suo lavoro non si fermeranno, nonostante le avversità: «Continuerò a costruire, anche se gli altri distruggono e parlerò di pace, anche nel mezzo di una guerra». Questo grazie alle attività che la Maison porta avanti nelle sue nuove sedi in Rwanda e Repubblica Democratica del Congo, dove Maggy visita i rifugiati burundesi che lì trovano riparo. E attraverso la sua testimonianza, soprattutto in Europa e Nordamerica dove si reca a parlare della sua madrepatria che, definisce “bisognosa delle cure dei suoi figli burundesi, anche quelli in diaspora”. Le chiediamo quale sia la cura per questa madre malata. Marguerite Barankitse allora si alza in piedi ed esorta tutta la platea ad intonare con lei l’inno nazionale: “La risposta è già in noi, riflettiamo sul testo che cantiamo e sapremo ritrovarci”.

«Burundi nostro, / Caro al cuore di noi tutti / Ti offriamo le braccia, il cuore e la vita / Dio che ti ha donato a noi, ti guardi per noi. / Resta sempre nell'unità dei veri uomini e nella serenità / Deborda di gioia / Deborda di vera pace».

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