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Burundi: dopo il fallito golpe si rischia una guerra civile

Da un mese a questa parte il Burundi sta conoscendo una crisi politica che potrebbe avere risvolti drammatici, specialmente dopo il tentativo di colpo di stato andando in scena il 13 maggio scorso e che ha riportato d’attualità il mai dimenticato genocidio degli anni Novanta che coinvolse Hutu e Tutsi. L’ombra di quel genocidio rende qualsiasi avvenimento politico nella regione dei Grandi Laghi potenzialmente pericoloso. Così, quando il presidente burundese Pierre Nkurunziza ha manifestato l’intenzione di correre per un terzo mandato, malgrado questo sia vietato dalla costituzione, e migliaia di giovani provenienti dai quartieri poveri della capitale, Bujumbara, hanno protestato con violenza contro il presidente, si è temuto il peggio.

 Ma la crisi burundese, questa volta, non è etnica bensì politica. I cortei di protesta hanno fronteggiato la polizia con lanci di pietre e le forze dell’ordine hanno risposto con gas lacrimogeni e con idranti che utilizzano l’acqua colorata di blu in modo da poter riconoscere in seguito gli antagonisti. Si contano due morti tra i manifestanti: Elvis, 25 anni, è stato ucciso con un colpo al torace; Jean, 18 anni, con un colpo alla testa. Secondo altre fonti i morti potrebbero essere cinque. Almeno 200 gli arresti. Le forze dell’ordine hanno anche chiuso le tre principali radio indipendenti del Burundi, Radio Bonesha FMRadio IsanganiroRpa (Radio pubblica africana). Il governo le accusa di “essere complici di un tentativo insurrezionale”. In realtà il governo è preoccupato che alcuni media diventino la cassa di risonanza delle opposizioni e della società civile, e che questo moltiplichi le voci di dissenso. Intanto circa 100mila persone fuggivano dal paese cercando rifugio nella vicina Tanzania.

A nulla sono valse le pressioni della comunità internazionale che, però, non si è mossa in modo coerente. Se già ai primi di maggio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite invitava Nkurunziza a rinunciare a una nuova candidatura e di rispettare lo spirito degli accordi di Arusha (firmati per far terminare la guerra civile nel 2000) e della costituzione burundese, che limitano a due il numero dei mandati presidenziali, diversamente l’Unione Europea – principale donatore del paese – ha tergiversato a lungo. Nkurunziza, di etnia Hutu, è l’unico alleato rimasto alla Francia nella regione dei Grandi Laghi dopo che la guerra civile in Ruanda e Uganda, e le due guerre congolesi dei primi anni Duemila, hanno cambiato gli equilibri regionali a favore degli Stati Uniti lasciando alla Francia, tradizionale alleato Hutu, un ruolo da comprimario in quella che per tutto il Novecento è stata una sua sfera d’influenza. Il supporto di Parigi alle élite Hutu fu anche la causa del tardivo intervento occidentale durante il genocidio ruandese che resta ancora oggi una macchia nella politica estera francese.

Il 15 maggio la situazione subisce una brusca accelerazione. Un gruppo di militari guidati dal generale burundese Godefroid Niyombareh occupa le stazioni radio e le sedi istituzionali, annunciando la destituzione del presidente Pierre Nkurunziza, che nel frattempo si trovava in Tanzania proprio per discutere della situazione nel suo paese. Un summit al quale partecipavano anche Ruanda, Kenya e Uganda i cui leader, Kagame, Kenyatta e Museveni, non si stavano mostrando particolarmente critici verso il loro omologo burundese, essendo anche loro in cerca di vie più o meno legali per restare al potere nei rispettivi paesi. La mossa del generale Niyombareh diventava così l’unica via d’uscita ma la reazione delle forze fedeli al presidente ha rapidamente sventato il tentativo di colpo di stato costringendo Niyombareh alla fuga insieme a un nutrito gruppo di militari, politici dell’opposizione e giornalisti che hanno appoggiato il golpe.

L’impressione è che il putsh fosse stato previsto dalle forze governative con largo anticipo, tanto che Nkurunziza non ha fatto una piega, ribadendo la propria intenzione a candidarsi. La repressione si è però fatta più brutale, molte le sedi di giornali, radio, partiti di opposizione, che sono state bruciate e distrutte dalla polizia, molti gli oppositori e i manifestanti arrestati. La Comunità dell’Africa orientale (EAC) ha chiesto formalmente a Nkurunziza di rimandare le elezioni legislative, previste per il 26 maggio. E così è stato, fissando la data per il 5 giugno prossimo. Nel frattempo uno dei leader dell’opposizione, Zedi Feruzi, è stato ucciso. Era il 23 maggio, giornata campale delle proteste con scioperi di massa che hanno messo a ferro e fuoco la capitale Bujumbara. L'omicidio rischia di far precipitare il Burundi nella guerra civile. L’opposizione ha abbandonato il tavolo delle trattative organizzato dall’ONU. Il peggio deve ancora venire.

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