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Burundi: l’Onu indaga sulle torture e il regime rifiuta i caschi blu

Il Burundi è lacerato da conflitti interni, iniziati nell’aprile 2015, dopo la decisione di Nkurunziza di ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo, in aperta violazione all’articolo 96 della Costituzione approvata nel 2005.

I membri del Consiglio di Sicurezza votano la Risoluzione 2303. UN Photo/Mark Garten

Da quel momento, la piccola nazione densamente popolata dell’Africa centrale è piombata in una spirale di violenza, che ha prodotto l’uccisione di centinaia di persone, migliaia di arresti e costretto oltre 270mila burundesi a lasciare il Paese, molti dei quali si sono rifugiati nelle vicine Tanzania e Repubblica democratica del Congo.

La crisi politica e umanitaria originata da tali premesse e le continue notizie che filtrano dal Paese africano su gravi episodi di violazioni dei diritti umani, ampiamente documentati da Human Rights Watch in un rapporto pubblicato all’inizio di luglio, venerdì scorso hanno indotto il comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ad avviare uno studio speciale sul Burundi.

Lo stesso giorno, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione 2303, presentata dalla Francia. La deliberazione prevede l’invio di 228 caschi blu nel Paese per un periodo iniziale di un anno, al fine di monitorare la situazione relativa alla sicurezza e fornire supporto alle operazioni dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCHR).

La nuova risoluzione prevede che i caschi blu verranno posti sotto l’autorità di un ‘Senior Advisor’ e stanziati in tutto il Paese. Il Consiglio di Sicurezza ha inoltre invitato la società burundese a collaborare con le nuove truppe e ha rivolto un appello al governo per completare il dispiegamento di cento osservatori per il rispetto dei diritti umani e di cento esperti militari dell’Unione africana (UA).

Bujumbura aveva accettato l’invio del personale specializzato dell’UA lo scorso febbraio, ma attualmente solo 32 osservatori e 14 esperti sono presenti in Burundi. Da ricordare, inoltre, che alla fine dell’anno scorso il governo del Burundi respinse la decisione del Consiglio di pace e sicurezza dell’UA di inviare nel Paese una missione di ‘peacekeeping’ di 5mila effettivi.

Finora, Nkurunziza ha sempre posto il proprio veto al dispiegamento di forze esterne nel Paese, molto probabilmente per timore di un maggiore controllo sulle attività delle sue milizie. Di conseguenza, era praticamente scontato che Bujumbura rifiutasse anche il dispiegamento dei 228 poliziotti delle Nazioni Unite.

Rifiuto ufficializzato due giorni fa, dal portavoce governativo Philippe Nzobonariba, che attraverso un comunicato ufficiale ha reso noto che “l’esecutivo burundese rigetta tutte le disposizioni della risoluzione 2303, sostenendo che l’autorizzazione all’uso della forza è stata accordata senza il suo consenso e in violazione alla sovranità territoriale”. Il comunicato aggiunge che le forze di difesa e sicurezza del Burundi “controllano perfettamente la situazione su tutto il territorio nazionale”.

Nuove sanzioni economiche contro il regime

Nel frattempo, per piegare l’ostracismo del regime di Nkurunziza i legislatori europei vogliono escludere il Burundi dal diventare beneficiario dell’accordo di libero scambio tra l’UE e la Comunità dell’Africa orientale (EAC), che raggruppa cinque Stati della regione.

L’eventuale esclusione di Bujumbura dal firmare l’accordo commerciale con Bruxelles, a causa di violazioni dei diritti umani, potrebbe segnare un punto di svolta.

La messa in atto di nuove pesanti sanzioni economiche contro il regime di Nkurunziza dimostrerebbe che la violenza nel Paese e l’operato delle forze di sicurezza sono equiparabili a gravi violazioni dei diritti umani, che impediscono al Burundi di beneficiare di accordi commerciali.

Lo scorso 15 febbraio, l’Unione europea, sulla spinta delle drammatiche notizie provenienti dal Burundi, ha bloccato il supporto finanziario diretto all’esecutivo di Bujumbura, corrispondente a 430 milioni di euro, pianificati tra il 2014 e il 2020. Una decisione che ha ulteriormente affossato la già collassante economia del Paese africano, che dipende almeno al 50% dagli aiuti esterni.

Secondo una stima del Fondo monetario internazionale, la crisi in corso ha provocato un crollo dell’economia del 7,4% nel 2015, facendo passare il Burundi da terzo Paese più povero al mondo al più povero in assoluto, con un PIL pro capite di 315,20 dollari per abitante.

La mancanza di valuta estera

Inoltre, negli ultimi tre mesi i prezzi di beni e servizi sono saliti vertiginosamente. A incidere in maniera significativa è anche la grave carenza di valuta estera nelle casse del governo di Bujumbura, che sta iniziando a danneggiare pesantemente le imprese e costringendo le aziende a bloccare le importazioni dai Paesi vicini.

Il cambio ufficiale attesta che un dollaro americano vale 1.675 franchi burundesi, ma le agenzie di cambio applicano ormai il tasso di mercato nero, facendo lievitare di oltre il 60% il valore del dollaro e dell’euro nei confronti della divisa locale. Nel tentativo di evitare speculazioni sul mercato valutario, la Banca Centrale ha disposto un tasso di cambio uniforme, relativo a 1.661 franchi per un dollaro, che rimane puramente indicativo.

La crisi economica insieme a quella politica stanno minando dalle fondamenta la stabilità del Paese, mentre il regime non sembra intenzionato a riprendere il dialogo nazionale con l’opposizione per uscire dall’impasse e chiudere il nuovo sanguinoso capitolo dell’ex colonia belga.

@afrofocus

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