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Centrafrica al voto a ottobre, ma la situazione resta difficile

Il governo, che da più di due anni guida la transizione politica nella Repubblica Centrafricana, ha finalmente stabilito ufficialmente date certe per le elezioni: il referendum costituzionale il 4 ottobre, mentre il 18 dello stesso mese si terrà il primo turno delle legislative e presidenziali. Nel caso di un eventuale ballottaggio, si voterà il 22 novembre.

People displaced by violence attempt to create a semblance of daily life, in a sprawling camp at Mpoko Airport, in Bangui, Central African Republic (AP Photo/Rebecca Blackwell)
People displaced by violence attempt to create a semblance of daily life, in a sprawling camp at Mpoko Airport, in Bangui, Central African Republic (AP Photo/Rebecca Blackwell)

Un risultato importante, giacché in precedenza le elezioni sono state oggetto di ripetuti rinvii da parte delle stesse autorità di transizione, in accordo con il mediatore nella crisi centrafricana, il presidente congolese Denis Sassou Nguesso.

L’ultima richiesta di posticipare le votazioni per le politiche era arrivata lo scorso maggio dal Forum di riconciliazione centrafricano, che riunisce seicento delegati impegnati nel non facile tentativo di trovare una soluzione alla crisi, che dal marzo 2013 ha trascinato il Paese sulla strada della violenza e dell’odio intercomunitario.

Un aspro confronto che divide il Paese tra gli ex ribelli filo-islamici séléka e le milizie di autodifesa anti-balaka, definite cristiane e appoggiate dai lealisti del deposto presidente François Bozizé. Una contrapposizione che ha riproposto la spirale dello scontro interreligioso anche nello Stato cerniera dell’Africa centrale, con il rischio tangibile di una degenerazione incontrollata della situazione politica e della sicurezza.

L’attuale presidente del governo di transizione, Catherine Samba-Panza, ha più volte sollecitato un maggior sostegno della comunità internazionale, soprattutto per porre fine al ciclo di rappresaglie tra bande armate nella regione centrale del Paese, dove prima dello scoppio del conflitto le comunità cristiane e musulmane vivevano in armonia.

Secondo alcuni osservatori, i ripetuti attacchi ai danni delle popolazioni sono in parte dovuti alla debolezza dell’esercito centrafricano, che si è ulteriormente diviso dopo la destituzione di Bozze, aumentando ulteriormente la sua già provata debolezza.

Senza contare, che i francesi dell’operazione Vangarsi e l’Unione africana, che ha guidato la missione di sostegno internazionale nota come MISCA (a questa missione dal settembre 2014 è subentrata la MINUSCA), si sono sempre dichiarati contrari al riarmo dei soldati regolari, considerati poco affidabili.

Gli appelli della presidente Samba-Panza hanno trovato ascolto nella Commissione europea, che lo scorso 27 maggio ha deciso di aumentare l’assistenza alla Repubblica Centrafricana, portando a 72 milioni di euro il suo contributo finanziario: 10 milioni per gli aiuti umanitari, 40 al sostegno al bilancio e altri 22 milioni per il fondo fiduciario Bêkou (che nella locale lingua sango, significa “speranza”). Lo stanziamento di fondi va ad aggiungersi ai 377 milioni di euro, che Bruxelles aveva già mobilitato nel biennio 2013-2014, per sostenere il processo di ricostruzione del tessuto sociale e politico nel Paese.

Stando però alle recenti dichiarazioni di Kang Kyung-wha, vice coordinatore degli aiuti d’emergenza dell’OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, sarebbero necessari ulteriori 560 milioni di euro per far fronte alle necessità più basilari del Centrafrica, ma al momento è stato trovato solo il 21% di questa cifra.

La gravità della situazione umanitaria nel piccolo Stato africano è stata spiegata dalla stessa Kang Kyung-wha, in occasione della conferenza dei donatori dell’Unione europea, nel corso della quale l’alto rappresentante dell’OCHA ha rilevato che quasi due terzi di centrafricani, più di 2,7 milioni di persone, su una popolazione di 4,6 milioni, necessitano di assistenza umanitaria e protezione. Mentre mezzo milione sono sfollati all’interno del Paese, cui si aggiungono quasi un altro mezzo milione in cerca di rifugio nei Paesi limitrofi come Ciad, Camerun e Repubblica democratica del Congo.

A dispetto del suo nome, il Centrafrica è ai margini del mondo, relegato al 185esimo posto nella graduatoria mondiale dell’Indice di sviluppo umano, su 187 Stati riconosciuti dall’ONU. E nella speciale classifica dei Fragile States svetta al terzo posto dietro al Sud Sudan e alla Somalia.

L’attuale stato di instabilità politica ha ulteriormente deteriorato le già difficili condizioni in cui versava la popolazione prima del conflitto, che adesso non ha quasi più accesso al cibo. Anche i servizi di base sono stati quasi completamente azzerati e gran parte delle già scarse infrastrutture sono andate distrutte, mentre le scuole adesso sono chiuse e gli studenti hanno già perso due anni scolastici.

Inoltre, 1,5 milioni di persone, oltre il 30% dei centrafricani, non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici. E ancora più deprimente la rilevazione per cui 173 bambini su mille non arrivano a compiere cinque anni. Tutto questo, mentre il Paese lacerato dal conflitto intercomunitario si prepara a contarsi e a ricevere Papa Francesco.

@afrofocus

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