Centrafrica, si intensifica il conflitto: decine di civili uccisi

Negli ultimi mesi la Repubblica centrafricana è ripiombata in una spirale di violenza interreligiosa, destabilizzando il clima di apparente ordine, che il presidente Faustin-Archange Touadéra era riuscito a instaurare dopo la sua elezione, nel febbraio 2016.

Ex combattenti della colazione Seleka. CREDIT: JEROME DELAY/AP
Ex combattenti della colazione Seleka. Credit: JEROME DELAY/AP

Almeno 45 civili e altri 11mila sono stati sfollati sono stati uccisi negli ultimi tre mesi, a seguito degli attacchi condotti da gruppi armati nei confronti della popolazione nella provincia di Ouaka, al confine tra il Nord, a maggioranza musulmana, e il Sud, a maggioranza cristiana.

A denunciarlo è un rapporto di Human Rights Watch, che nei primi giorni dello scorso aprile ha raccolto testimonianze dirette di 20 persone fuggite dai combattimenti che erano in corso nella città di Bambari, capitale della provincia di Ouaka, che ha sperimentato molte violenze nel corso dell’ultimo anno.

I testimoni hanno fornito i nomi e i dettagli dei 45 civili (17 uomini, 13 donne e 15 bambini) uccisi dai gruppi armati. Tuttavia, molto probabilmente il numero totale delle vittime è più alto, perché di decine di persone non si hanno più notizie.

Due fazioni in lotta

La nuova ondata di violenze è scoppiata alla fine del 2016 nelle province centrali del Paese tra due fazioni appartenenti all’ex coalizione ribelle Seleka, a maggioranza musulmana.

La prima è l’Unione per la pace nella Repubblica centrafricana (Union pour la paixen Centrafrique - UPC), un gruppo costituito principalmente da appartenenti all’etnia Peule sorto dalla scissione del Fronte Popolare per la riparazione (Front populaire pour le redressement, FPR), un gruppo di ribelli del Ciad guidato da Abdel Kader Baba-Laddé. Attualmente a capo del FPR c’è Ali Darassa Mahamant, che dopo aver aderito alla Seleka, nel settembre 2014 ha creato l’UPC.

L’atra fazione protagonista delle violenze è il Fronte popolare per la rinascita del Centrafrica (Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique - FPRC), capeggiato dagli ex comandanti della Seleka, Michel Djotodia e Noureddine Adam. Il FRPC è allineato aglianti-balaka, il principale gruppo armato attivo nel Paese, un tempo acerrimo avversario di Seleka e composto in prevalenza da milizie di cristiano-animisti. Il nome del gruppo deriva da antiballes-AK, riferendosi alla credenza che i grigis, gli amuleti tradizionali che i suoi combattenti indossano diano l’immunità ai proiettili dell’AK-47.

Secondo Lewis Mudge, ricercatore per l’Africa di HRW « Mentre le fazioni si contendono il potere a Bangui, i civili sono esposti ad attacchi mortali causati dalle cicliche rappresaglie da parte dei gruppi armati».

Gli attacchi persistono nonostante la forza di pace dell’ONU nel Paese, la Missione multidimensionale integrata di stabilizzazione nella Repubblica centrafricana (MINUSCA), negli ultimi tre mesi abbia schierato circa mille dei suoi 12.870 effettivi nella provincia di Ouaka.

La Corte penale speciale

L’escalation di violenza nella zona evidenzia l’urgenza di rendere operativa la Corte penale speciale, un tribunale “ibrido” istituito nel giugno 2015, che sarà composto da giudici e personale nazionali e internazionali col compito di processare persone sospettate di aver commesso crimini di guerra nel corso del conflitto.

Lo scorso 15 febbraio, il presidente Touadéra ha nominato procuratore internazionale della Corte il giudice militare congolese, colonnello Toussaint Mutanzini, ma molte altre posizioni sono da coprire e ancora manca un programma per la protezione dei testimoni.

Nella Repubblica centrafricana, migliaia di vittime di violazioni dei diritti umani attendono ancora giustizia, mentre i responsabili di omicidi, torture e stupri continuano a girare indisturbati nel Paese. Tutto questo comporta un’impunità di dimensioni sconcertanti, che pregiudica i tentativi di ricostruire il Paese e instaurare una pace duratura.

L’ex colonia francese, uno dei Paesi più poveri al mondo, nonostante le riserve di uranio, oro e diamanti, è piombata nel caos alla fine del 2012, quando i ribelli Seleka hanno iniziato ad attaccare città e villaggi, prima di destituire il presidente Francois Bozizé e prendere il potere nel marzo 2013.

La radici della guerra civile e della crisi attuale

La risposta violenta delle milizie anti-balaka ha portato il Paese a una vera e propria guerra civile che l’intervento della missione francese Sangaris, che lo scorso gennaio si è ritirata dal Paese, dell’Unione Africana e della MINUSCA hanno solamente limitato.

La Repubblica Centrafricana, dal 1979, anno della rimozione da parte dei francesi del sanguinario autoproclamato imperatore Jéan-Bedel Bokassa, è stata teatro di cinque colpi di stato e ripetute rivolte popolari.

La gestione disastrosa dei governi che si sono succeduti ha prodotto una grave instabilità sociale e la completa dissoluzione del tessuto industriale. Per questo, le radici dell’attuale crisi, più che nella contrapposizione religiosa, andrebbero ricercate nelle inadeguate politiche macroeconomiche.

Politiche, che sullo sfondo di uno Stato in decomposizione, non sono riuscite ad assicurare decenti condizioni di vita ai centrafricani, lasciando la strada aperta ai gruppi armatiche hanno destabilizzato il Paese.

@afrofocus

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