Che cosa sta succedendo in Mali?

In questi ultimi mesi nel Mali è tornato a serpeggiare l’incubo della minaccia jihadista, con diversi attentati mirati a indebolire il già delicato processo di stabilizzazione del paese.

REUTERS/Joe Penney

Gli attacchi avvenuti lo scorso venerdì a Timbuctu e a Kidal, nella zona settentrionale del paese, sono solo gli ultimi di una serie di sanguinosi episodi compiuti da terroristi legati alla nebulosa di Al Qaeda. Gli obiettivi, ancora una volta, sono stati le forze militari interne e internazionali dislocate sul territorio in operazioni di sicurezza.

Mentre nei pressi di Timbuctu un commando islamista attaccava un pick up dell’esercito regolare uccidendo tre soldati, una base dell’ONU a Kidal veniva presa d’assalto con una pioggia di razzi che hanno provocato la morte di due caschi blu della Minusma, l’operazione di peacekeeping delle Nazioni Unite, e il ferimento di una trentina di persone. Sebbene sia evidente la matrice jihadista, ancora sono ignoti gli autori del primo attentato, mentre il secondo è stato rivendicato da Ansar Dine, un gruppo di estremisti islamici di origine tuareg guidato da Lyad Ah Ghali. Tutto ciò è avvenuto pochi giorni dopo altri episodi di violenza, questa volta compiuti da miliziani di Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico) sempre ai danni di un contingente ONU a Timbuctu.

Il Mali si ritrova così a dover fronteggiare una nuova ondata di violenza, la stessa che nei primi mesi del 2012 fece precipitare il paese nella peggiore crisi geopolitica della sua storia. In quel periodo, Ansar Dine, Aqmi e il Mujao (Movimento per l’unicità della jihad nell’Africa Occidentale) si unirono tra di loro occupando per diversi mesi la zona settentrionale del Mali, con l’obiettivo di instaurare un califfato governato da Al Qaeda secondo le regole della charia (legge islamica). Solamente un anno dopo, grazie all’intervento dell’esercito francese con l’operazione Servale il contingente delle Nazioni Unite, si riuscì in pochi mesi a spegnere il focolaio jihadista, obbligando i superstitia disperdersi nelle zone di confinea nord est.

La ritirata, però, non è stata che temporanea. Mentre Ansar Dine ha dovuto fare in conti con alcune scissioni interne che hanno portato alla creazione di altri gruppi come il MIA (Movimento islamico dell’Azawad), gli uomini di Aqmi si sono riorganizzati in una zona desertica e isolata a sud della Libia, restando al riparo dalle forze militari internazionali. Confondendosi con la popolazione locale, i terroristi sono riusciti a rinforzare i loro effettivi attraverso un lavoro di propaganda e reclutamento tra i più giovani. A questo si è aggiunta poi la fusione avvenuta lo scorso dicembre con Al-Mourabitoune, una katiba (gruppo minore) nata nell’agosto del 2013 dall’unione del Mujao, in quel periodo guidato da Adnane Abou Walid Al-Sahraoui, e di El-Mouaguiine Biddam (Firmatari con il sangue), comandato da Mokhtar Belmokhtar. In questa galassia jihadista controllata da Al Qaeda, Aqmi rappresenta la fazione più importante, attorno alla quale ruotano tutte le altre.

L’unica eccezione è il FLM (Fronte di liberazione del Macina), un piccolo nucleo nato un anno fa composto da miliziani di etnia peul che combattono per l’indipendenza della Macina, una regione centrale del Mali. Anche se ancora non si sa molto sul suo conto, è certo che questa fazione mantiene dei contatti con Ansar Dine.

Fra le ragioni di questa nuova escalation di violenza non c’è soltanto l’obiettivo di riconquistare le zone perdute quattro anni fa, ma anche una presunta “concorrenza” tra Al Qaeda e Isis. Lo Stato Islamico avrebbe puntato gli occhi sulla regione sahelo-sahariana. Quel grande oceano di sabbia sfugge al controllo dell’esercito governativo, diventando così una terra di nessuno dove poter far proliferare qualsiasi tipo di attività illegale. Mettere le mani su un’area simile significherebbe assicurarsi il controllo di un corridoio strategico per il trasporto di droga, armi ed esseri umani.

Per installarsi nella regione, lo Stato Islamico ha cercato di fare proselitismo tra i vari gruppi già esistenti, come quello di Boko Haram, che lo scorso 7 marzo ha dichiarato ufficialmente la sua affiliazione al Califfato. Anche tra le file di Al Qaeda c’è stato chi ha cambiato casacca. Nel maggio scorso Adnane Abou Walid Al-Sahraoui, emiro del Mujao e co-fondatore di Al Mourabitoune con Belmokhtar, ha prestato giuramento all’Isis. Daech ha cercato di portare dalla sua parte anche Belmokhtar, che però ha subito rifiutato ribadendo la fedeltà dell’intero gruppo di Al Mourabitoun e ad Al Qaeda.

I recenti attentati a Ouagadougou e a Bamako sono stati interpretati da molti osservatori come una dimostrazione di forza da parte di Aqmi, che ha voluto mostrare al mondo intero la sua presenza nella regione andando a colpire due città che fino a quel momento erano rimaste immuni dal virus jihadista. Entrambi gli attacchi portano la firma di Mokhtar Belmokhtar, che a capo della katiba di Al Mourabitoune ha messo a segno due azioni spettacolari che gli sono valse gli elogi di al Zawahiri.

Con l’operazione Barkhane, la Francia ha voluto estendere la lotta al terrorismo in tutta la zona sahelo-sahariana. Lanciata nell’agosto del 2014, questa missione ha sostituito la Serval e l’Epervier, i due precedenti contingenti impegnati rispettivamente nel Mali e nel Ciad. L’obiettivo di Barkhane, che attualmente conta 3000 militari, è quello di combattere il terrorismo attraverso una cooperazione militare e strategica con gli eserciti nazionali dei paesi membri del G5 Sahel, sigla a cui hanno aderito la Mauritania, il Mali, il Ciad, il Niger e il Burkina Faso.

La facilità con cui i terroristi riescono ad attraversare i confini dopo aver colpito gli obiettivi prefissati ha reso indispensabile un approccio militare transnazionale, in cui la collaborazione regionale diventa essenziale per controllare l’intera zona. In questo contesto, i caschi blu della Minusma dispiegati in  territorio maliano assumono un ruolo marginale a causa della loro ridotta mobilità.

Alla minaccia terrorista si sovrappone poi la delicata questione dei tuareg. Nel 1958, due anni prima che il Mali si affrancasse dal colonialismo francese, gli “uomini blu” cominciarono a rivendicare l’indipendenza dell’Azawad, espressione utilizzata per indicare quella parte di territorio compresa nell’area settentrionale del paese, a cavallo tra il Sahel e il Sahara. Allo scoppio della crisi nel 2012, il MNLA (Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad) si alleò per un breve periodo con gli occupanti islamici, arrivando addirittura a proclamare la nascita dell’Azawad. L’alleanza però duro poco e nel giugno dello stesso anno i miliziani islamici attaccarono i tuareg che furono costretti a ritirarsi e a collaborare con le truppe francesi della Serval. I vari movimenti indipendentisti sono oggi riuniti sotto la sigla del CMA (Coordinazione dei Movimenti dell’Azawad) che ha fatto di Kidal la città simbolo della lotta per l’autonomia, occupandola e impedendone l’accesso all’esercito governativo. A loro si contrappongono gli uomini del GATIA (Gruppo di autodifesa tuareg Imghad e alleati), un gruppo filo-governativo composto principalmente da tuareg che agiscono in sostegno delle truppe regolari. Grazie alla mediazione dell’Algeria, lo scorso giugno le parti sono riuscite a trovare un accordo che è stato firmato a Bamako da rappresentanti del governo, da miliziani del GATIA e daalcuni portavoce del CMA. Il patto prevede il disarmo dei ribelli e alcune concessioni da  parte del governo, che comunque non riconosce la sovranità dell’Azawad. Come è già successo in passato, però, la pace tra GATIA e CMA è durata ben poco, visto che due mesi dopo i due gruppi sono tornati ai ferri corti con scontri e rappresaglie. In questi ultimi giorni le due fazioni hanno firmato l’ennesimo accordo che dovrebbe permettere ai militari di poter rientrare a Kidal.

Quella maliana è una crisi multidimensionale che richiede un impegno geopolitico in diversi settori. La totale impotenza del governo centrale dinanzi alle tante minacce sopraggiunte negli ultimi anni ha fatto precipitare la situazione in un fragile contesto securitario che potrebbe degenerare ulteriormente. Il presidente Ibrahim Boubacar Keita, salito al potere nel 2013 dopo regolari elezioni, ha finora deluso le aspettative dei suoi elettori e della comunità internazionale. Molti vedevano in lui la figura risolutiva che avrebbe traghettato il Mali verso una stabilizzazione che purtroppo non è avvenuta. Bamako fino ad oggi ha potuto contare su degli appoggi esterni, come l’Algeria per la questione dei tuareg o la Francia e l’ONU per la lotta al terrorismo, che gli hanno permesso di arginare la crisi. Nonostante ciò, il paese resta diviso in due parti, con la zona settentrionale minacciata dai ribelli tuareg e dal continuo rischio di incursioni jihadiste. Il Mali oggi rappresenta una polveriera pronta a esplodere e colpire gli stati limitrofi, creando così una reazione a catena dagli effetti imprevedibili.

 @DaniloCeccarell

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