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Costa d'Avorio, fine delle sanzioni e opportunità di crescita

Con la sospensione delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti dieci anni fa, la Costa d’Avorio si appresta a voltare definitivamente pagina, confermando un momento positivo di crescita e rilancio economico.

Ivorian refugees wait in line to be screened as they arrive from Liberia in the village of Prolo, Ivory Coast May 20,2016. REUTERS/Luc Gnago

Le misure decise da George W. Bush nel 2006 furono applicate con lo scopo di facilitare la risoluzione della crisi iniziata quattro anni prima che portò il paese sull’orlo di una guerra civile. Oltre a porre un veto sul commercio di armi, le restrizioni limitarono la libertà d’azione di alcune personalità politiche, giudicate da Washington un ostacolo per la risoluzione del processo di pace allora in corso. A Charles Blé Goudé, all’epoca ministro della gioventù e oggi sotto processo alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità insieme all’ex presidente Laurent Gbabo, furono congelati i conti bancari. Stessa sorte toccò a Martin Kouakou Fofié, in quel periodo leader dell’Unione per la liberazione totale della Costa d’Avorio, e all’ex colonnello Eugène Ngoran Kouadio Djué.

Lo scorso 14 settembre, Barack Obama ha deciso di togliere i veti perché, come si legge in un comunicato diffuso dalla Casa Bianca, “la Costa d’Avorio ha fatto straordinari progressi dalla fine della guerra civile”, arrivando a compiere “importanti passi per rinforzare le sue istituzioni economiche e politiche”.

Una scelta analoga è stata compiuta ad aprile dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che nel 2004, in piena crisi, aveva imposto un embargo al governo ivoriano imponendogli una serie di divieti molto simili a quelli applicati dagli Stati Uniti.

Questa mossa è stata accompagnata dall’annuncio del ritiro definitivo entro giugno del prossimo anno delle truppe dell’Operazione delle Nazioni Unite in Costa d’Avorio (ONUCI), la missione dei caschi blu entrata in vigore nel 2004.

Il paese sembra aver ritrovato un equilibrio dopo la crisi iniziata con un tentato colpo di stato ai danni dell’allora presidente Laurent Gbabo nel 2002 e giunta al culmine dopo le elezioni del 2010, quando Gbabo non accettò la vittoria di Alassane Ouattara scatenando una serie di rivolte in cui persero la vita tremila persone.

La decisione di Washington arriva in un momento particolarmente favorevole per l'economia della Costa d’Avorio che, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, in questi ultimi quattro anni ha avuto un tasso di crescita medio del PIL pari al 9,4%. Dopo la vittoria di Ouattara alle elezioni del 2010 è stato adottato un piano nazionale di sviluppo (PND) di quattro anni, con l’obiettivo di rilanciare il paese dopo l’uscita dalla crisi.

Rinnovato lo scorso aprile, il progetto punta ad innalzare lo status della Costa d’Avorio a paese emergente entro il 2020 attraverso una serie di capitalizzazioni mirate in diversi settori come il minerario, l’elettrico, l’agroalimentare e quello delle infrastrutture. Il giro d’affari previsto per la realizzazione del piano economico si aggira sui 44,8 miliardi di euro, una cifra che, oltre ai contributi pubblici, dovrà esser supportata da investimenti di privati esteri. Nel maggio di quest’anno si sono riuniti a Parigi alcuni investitori internazionali che, insieme ad una delegazione ivoriana guidata dal primo ministro Daniel Kablan Duncan, hanno stabilito un finanziamento del PND di 15,4 miliardi di dollari sotto forma di prestiti o di donazioni. Una somma, questa, che si aggiunge ai cinque miliardi di dollari stanziati dalla Banca Mondiale attraverso diversi organismi di finanziamento.

Tra i paesi partner, Parigi mantiene un ruolo di primo piano, figurando come il principale alleato di Abidjan. La Francia ha sostenuto gli aiuti allo sviluppo erogando 1 miliardo e 548 milioni di dollari per il quinquennio 2015-2020.

L’ex potenza coloniale, che fino al 1960 ha mantenuto il paese sotto il suo dominio, continua ad avere una forte influenza sul governo locale. Ad oggi Parigi è presente sul territorio in diversi settori come quello energetico, delle telecomunicazioni e dei trasporti, coprendo così il 13% degli investimenti stranieri.

In questo momento la Costa d’Avorio è a caccia di partner stranieri e le sue ricchezze rappresentano un ottimo volano per attrarre società private e istituti finanziari.

Oltre ad essere il primo produttore mondiale di cacao con il 35% della coltivazione globale, Abidjan vanta un’intensa attività petrolifera che garantisce la produzione di 29411 barili al giorno.

Sempre nel settore energetico, l’estrazione di gas naturali svolge un ruolo di primo piano nella produzione di energia elettrica.

La Casa Bianca ha sempre seguito con estremo interesse l’evoluzione economica e istituzionale di Abidjan. Obama appoggiò apertamente la candidatura di Alassane Ouattara alle controverse elezioni del 2010, riconfermando il suo sostegno anche in quelle di ottobre, dove Ouattara ha mantenuto la presidenza ottenendo l’83,66 % dei voti.

L’interruzione delle sanzioni ha un significato altamente simbolico che potrebbe inaugurare un nuovo corso nella storia delle relazioni diplomatiche e commerciali tra i due paesi. Già nel dicembre scorso la Costa d’Avorio è stata inserita all’interno del Millenium Challenge Corporation (MCC), un programma di aiuti statunitense che prevede lo stanziamento di fondi per lo sviluppo e la crescita. Il governo ivoriano beneficerà di 500 milioni di dollari per realizzare progetti mirati alla costruzione di infrastrutture e alla lotta contro la povertà.

Anche se i principali partner restano paesi come la Francia o la Cina, gli Stati Uniti possono ritagliarsi un ruolo di primo piano nello scenario economico ivoriano.

L’imponente progetto di riforme iniziato dal presidente Ouattara necessita di importanti sovvenzionamenti esteri e Washington sembra intenzionato ad incentivare il flusso di capitali privati.

Nonostante la ripresa registri un segno positivo, però, il governo deve far fronte ad alcuni problemi interni che rischiano di minare l’equilibrio politico del paese. Il tasso di povertà resta alto, con il 46% della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà. A questo poi si aggiunge un aumento della disoccupazione che colpisce un cittadino su quattro e una protezione sociale che copre solamente il 6% degli abitanti. La crescita sembra quindi non andare di pari passo con le politiche sociali del paese, creando così una forte disparità tra la classe media e i ceti più bassi.

@DaniloCeccarell

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