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CPI: la distruzione dei mausolei di Timbuctu crimine di guerra

Per la prima volta dalla sua istituzione, la Corte penale internazionale (CPI) sta perseguendo un imputato per la distruzione di monumenti storici ed edifici religiosi, riconosciuti come crimini di guerra perpetrati durante il recente conflitto nel nord del Mali.

The Sankore Mosque in Timbuktu, Mali. Source: UNESCO


Alla sbarra Ahmad al-Mahdi al-Faqi, alias Abu Tourab, ex capo della Hisbah, la polizia religiosa del gruppo jihadista Ansar Eddine, reo di aver commesso crimini di guerra durante l’occupazione della città di Timbuctu, attaccando e distruggendo monumenti storici ed edifici religiosi tra il 30 giugno e il 10 luglio 2012.
Nello specifico, l’estremista avrebbe organizzato la distruzione della moschea di Sidi Yahya e di nove mausolei, contenenti le spoglie di venerati santi sufi. Tutte opere costruite tra il XIII e il XVII secolo e dichiarate patrimonio mondiale dell’umanità da parte dell’Unesco.
Nell’udienza del primo marzo, la Corte dell’Aja ha confermato le accuse contro al-Faqi e lo ha rinviato a giudizio davanti a un Tribunale di primo grado, che lo processerà nei termini stabiliti. Il leader jihadista era comparso per la prima volta dinanzi alla CPI lo scorso 30 settembre, dopo che nel più totale riserbo il procuratore capo della Corte, la gambiana Fatou Bensouda, ne aveva richiesto l’estradizione dal Niger.

La distruzione dei manoscritti di Timbuctu

Nel corso dei dieci mesi di permanenza a Timbuctu, i jihadisti di Ansar Eddine, oltre ai mausolei e alla moschea Sidi Yahya, hanno distrutto anche circa 4mila degli oltre circa 100mila manoscritti custoditi nelle 24 biblioteche pubbliche della città, diversi dei quali risalenti al XIII secolo.
La furia devastatrice degli islamisti ha richiamato alla memoria quella dell’esercito di occupazione del sultano sadiano Aḥmad al-Manṣur, che, nel 1591, sotto la guida del generale spagnolo Jawdar Pascià, espugnò Timbuctu e uccise o deportò la maggior parte degli studiosi dell’antica città carovaniera.

La convenzione per la protezione dei Beni Culturali in caso di conflitto armato

Le basi giuridiche del processo in corso all’Aja risiedono in una convenzione sottoscritta nel 1954 da 125 Paesi, che protegge monumenti, siti archeologici, opere d’arte, manoscritti e collezioni scientifiche.
Tuttavia, Stati Uniti, Russia e gran parte del Paesi del Medio Oriente non aderiscono alla Corte, che di conseguenza non ha giurisdizione nei loro confronti. Inoltre, la decisione del procuratore capo della Corte dell’Aja di processare al-Faqi, potrebbe dare corso a polemiche tra gli Stati africani, tenendo conto del fatto che molti dei criminali che nella storia recente si sono macchiati dell’orrendo misfatto della distruzione del patrimonio artistico, non sono stati deferiti alla CPI.
Nessun leader dei talebani o di al-Qaeda è stato infatti mai accusato per la distruzione dei Buddha di Bamiyan, frantumati con la dinamite nel 2001 in Afghanistan. Tantomeno, nessun capo dei Khmer Rossi è finito sotto processo per il saccheggio dei templi indù della Cambogia. Né i leader dello Stato islamico sono stati incriminati per aver distrutto le sculture assire e partiche di Ninive e Hatra, conservate nel museo archeologico iracheno di Mosul, oppure per aver raso al suolo le rovine romane di Palmyra.

Il risentimento dei leader africani verso la CPI

Vi è infatti un crescente risentimento tra molti leader africani nei confronti della CPI, convinti che il Tribunale abbia un pregiudizio nei confronti dei loro Paesi dettato dal fatto che tutti i mandati d’arresto attualmente in vigore, compreso quello del presidente sudanese Omar al Bashir, riguardano degli africani. È quindi comprensibile che ciò alimenti sospetti in un continente dove le ferite del colonialismo sono ancora aperte.
La CPI ha talvolta commesso degli errori, come intentare causa senza poter ottenere le prove necessarie contro il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, per i presunti crimini commessi dopo le elezioni presidenziali del dicembre 2007.
Ma gli altri africani che attualmente sono sotto processo all’Aja sono imputati di crimini contro l’umanità e di guerra relativi a presunti massacri etnici, stupri, torture, mutilazioni, saccheggi e reclutamento dei bambini soldato.
Tra di essi figurano l’ex vicepresidente della Repubblica Democratica del Congo Jean-Pierre Bemba, l’ex presidente ivoriano Laurent Gbagbo, il signore della guerra congolese Jean Bosco Ntaganda. Senza dimenticare, Joseph Kony, leader dell’Esercito di resistenza del Signore, che ha massacrato decine di migliaia d’innocenti nell’Uganda del nord e nei Paesi vicini, sul cui capo pende da 11 anni un’incriminazione della CPI per crimini contro l’umanità, ma il ‘sanguinario profeta’ è riuscito finora a evitare la cattura.
@afrofocus

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