Ebola uccide ancora in Guinea ma l’OMS aveva avvertito

Negli ultimi mesi l’emergenza sanitaria mondiale è stata caratterizzata dal rischio di diffusione del virus zika, che in Africa non ha creato nessun allarme rimanendo circoscritto a un singolo caso registrato nel gennaio scorso a Capo Verde.Ben diversa invece la situazione per quanto riguarda il virus ebola, dopo la scoperta, lo scorso 16 marzo, di nuovi contagi nel villaggio di Korokpara, nella prefettura di N’Zerekore, nel sud-est della Guinea, confermati dal portavoce dell’Unità speciale per l’ebola del governo di Conakry, Fode Tass Sylla.

REUTERS/Misha Hussain

La Guinea, dove nel dicembre 2013 si era registrato il primo caso della peggiore epidemia di ebola della storia, lo scorso 29 dicembre era stata dichiarata ufficialmente ebola-free dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
Il Paese africano a distanza di nemmeno tre mesi si ritrova a doversi cimentare con il mortale virus, che finora ha provocato due nuovi decessi accertati, oltre ad altri tre probabili, per i quali non è stato possibile effettuare i test perché i corpi erano stati sepolti prima delle analisi. Intanto, le 816 persone che potrebbero essere venute a contatto con le vittime adesso sono sotto sorveglianza.
Dopo la segnalazione, il ministero della Salute di Conakry, l’OMS, l’UNICEF e i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie degli Stati Uniti (CDC), hanno tempestivamente inviato un’équipe di specialisti, che ha disposto l’immediato ricovero in una clinica di due parenti dei morti: una donna e suo figlio di cinque anni, risultati positivi ai test.
Tutto ciò ha indotto anche gli organismi sanitari regionali a riavviare la campagna di contrasto della malattia e ha spinto la Liberia ad annunciare la chiusura delle frontiere con la Guinea, come misura precauzionale.
Tuttavia l’OMS, dopo aver dichiarato lo scorso 14 gennaio la fine dell’epidemia di ebola nell’Africa Occidentale, aveva invitato a non abbassare la guardia sul rischio di nuovi focolai, spiegando che pur avendo interrotto tutte le catene di contagio, l’allerta non era affatto finita perché nell’organismo di alcuni sopravvissuti il virus può resistere anche un anno dalla fine dell’infezione.
Nella sostanza l’organismo di Ginevra aveva avvertito che eventuali ritorni di ebola dovevano essere messi in conto e Liberia, Guinea e Sierra Leone, i tre Stati dove si è concentrata l’epidemia che sembrava ormai debellata, devono mantenere la massima operatività nel prevenire, rilevare e contrastare nuovi focolai.
Non è però la prima volta, che si segnalano nuove infezioni dall’annuncio ufficiale della fine dell’epidemia, che nell’arco di 24 mesi ha provocato 11.315 morti e 28.637 contagi, di cui 4.767 bambini.
Un nuovo caso di febbre emorragica era stato registrato a meno 24 ore di distanza dal definitivo ebola-free nella città di Magburaka, in Sierra Leone vicino al confine con la Guinea. E ora i nuovi letali contagi confermano che bisogna continuare a operare in quelle zone.
Xavier Crespin, direttore generale dell’Organizzazione della sanità per la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), ha spiegato che la scoperta dei nuovi casi in Guinea dimostra che la trasmissione del virus “non si è fermata e tutti i Paesi devono prestare grande attenzione poiché serviranno ancora degli anni prima che la malattia possa essere del tutto debellata”.
Inoltre, continuano a emergere risultati preoccupanti sull’ultima pandemia di febbre emorragica che ha scosso il mondo, come testimoniano le conclusioni dei lavori della sessione speciale dedicata all’ebola durante la 23esima Conferenza sui retrovirus e le infezioni opportunistiche, tenutasi a fine febbraio a Boston.  
I ricercatori hanno presentato nuove prove che l’epidemia in Africa occidentale ha avuto effetti a lungo termine su molti sopravvissuti, tra cui dolori articolari, problemi neurologici e seri problemi agli occhi.
I virologi hanno anche scoperto che molti uomini guariti dalla malattia possono produrre liquido seminale che risulta positivo al virus almeno fino a nove mesi dopo l’infezione acuta. Questo rende latente la minaccia di nuovi focolai originati dalla trasmissione sessuale e comporta il rischio per molte persone di disseminare il virus a loro insaputa.
Gli scienziati hanno anche presentato i deludenti risultati di uno studio clinico su quello che una volta era considerato il più promettente antidoto per l’ebola: lo ZMapp, un trattamento che riproduce un cocktail di anticorpi prodotti naturalmente dai topi infetti e “umanizzati”.
Lo studio, iniziato nella fase terminale dell’epidemia, non è riuscito a fornire risultati statisticamente significativi perché i ricercatori che dovevano somministrare uno standard ottimizzato di cura ad almeno 200 pazienti, sono riusciti a reclutarne solo 72, terminando i test molto prima del previsto.
@afrofocus

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