Elezioni in Niger fra il disinteresse mediatico e le pressioni diplomatiche

I media internazionali si occupano poco del Niger, le cancellerie no: a Parigi e a Washington hanno seguito con particolare attenzione le elezioni nel Paese africano, elemento chiave di una regione attraversata, oltre che da croniche problematiche sociali, dall’espansione del jihad (il Niger confina a Nord con la Libia, a Sud con la Nigeria, ad Ovest con il Mali, per farsi un’idea).

A boy peers through a window to watch electoral officials count ballots at a polling station in Niamey, Niger, February 21, 2016. REUTERS/Joe Penney

I nigerini hanno votato lo scorso 21 febbraio per il primo turno delle presidenziali: il capo di Stato in carica, Mahamadou Issoufou, ha mancato il traguardo della maggioranza assoluta, per cui il 20 marzo dovrà affrontare al ballottaggio l’ex premier Hama Amadou, primo tra i candidati dell’opposizione. Il fatto surreale è che Amadou ha fatto campagna elettorale dal carcere, dove si trova da novembre in seguito ad accuse relative al traffico di bambini, che paiono politicamente marcate. Emilio Ernesto Manfredi si è occupato di conflitti nell'area subsahariana per conto dell'International Crisis Group. È un’analista della regione, oltre che uno scrittore. Adesso vive a Dakar e svolge attività di consulenza. Emilio racconta ad Eastonline che “il grado di democrazia in Niger è diminuito rispetto al 2011, quando la vittoria di Issoufou è stata la espressione democratica di una transizione compiuta. Questa transizione, però, è ben presto deragliata. Issofou si è arroccato su posizioni di potere, ha pensato più ad accontentare dinamiche elitarie che ad assicurarsi il supporto della popolazione, la quale non è particolarmente soddisfatta del suo operato, dopo averlo accolto come una grande speranza di cambiamento”.

La procedura di preparazione delle elezioni è stata piuttosto discussa, le manifestazioni dei candidati dell'opposizione sono state spesso ostacolate dalla presidenza e anche il giorno del voto è stato marcato da irregolarità, secondo gli avversari di Issoufou. Manfredi spiega che “inizialmente si era deciso di utilizzare un sistema biometrico, come in Nigeria, ma la cosa non ha funzionato, per cui le modalità sono state cambiate. Ci sono state contestazioni per urne arrivate in ritardo e schede già stampate. Lo spoglio sarebbe dovuto avvenire in 2-3 giorni, ne sono stati impiegati 5. Prima sono stati diffusi dati secondo cui Issoufou aveva superato il 50 per cento, ma l’opposizione si è messa di traverso. Il presidente ha mantenuto a lungo l’idea di dare una spallata definitiva, Francia e Stati Uniti sono stati silenti. Poi, alla fine, la commissione elettorale ha dichiarato una vittoria al 48 per cento, probabilmente per le pressioni provenienti dalle Nazioni Unite. Ma questa vittoria, a mio parere, è una grossa sconfitta politica. Anche perché tutti i candidati delle opposizioni si erano accordati di sostenere in maniera compatta, ad un eventuale ballottaggio, chi tra di loro avesse ottenuto più voti. Comunque, alcuni elementi di sollievo ci sono. L’esito del primo turno delle presidenziali dimostra la resilienza di quello che rimane del sistema democratico in Niger, una resilienza superiore rispetto ad altri Paesi dell’area. Malgrado tutti i problemi sociali, c’è stato un coinvolgimento popolare che non può non essere valutato positivamente”.

I numeri, a questo punto, non sono così semplici per Issoufou, anche se Amadou dovrà fare campagna dal carcere. Manfredi sostiene che, secondo fonti diplomatiche, il dossier che lo riguarda è sostanzialmente vuoto, il che avvalora la tesi di un complotto politico. Issoufou, sostiene l’esperto,“ha giocato la carta della sicurezza e del terrorismo e ha cercato di assicurarsi gli interessi delle élite, senza affrontare i problemi sociali. Le promesse di rinnovamento non hanno visto il loro compimento, la corruzione è diffusissima e il Niger diventa sempre più pericolosamente simile al Mali. Issofou ha detto che non è lui a volere Amadou in carcere, e che la giustizia nigerina è indipendente, ma è difficile crederlo. Le élite politico-economiche stanno con il presidente, il quale gode anche del supporto silente della comunità internazionale, che vede nel Niger un perno della stabilità regionale”.

Niamey, infatti, si trova di fronte a una triplice minaccia che porta il marchio del jihad: quella del Fezzan libico, del Nord del Mali e dei nigeriani di Boko Haram. “Queste minacce”, racconta l’analista,“sono reali, ma spesso vengono appositamente gonfiate, in modo da giustificare un approccio securitario e militare che finisce per essere utilizzato contro gli avversari politici. In quest’area molti governi utilizzano, per colpire l’opposizione interna, le risorse ottenute per la guerra al terrorismo. Il problema, soprattutto, è che questo approccio non si concentra sullo sviluppo e non risolve i problemi sociali. Oltre il 70 per cento della popolazione nigerina ha meno di 18 anni, ma il sistema scolastico è disastroso. I giovani senza lavoro spesso si rivolgono ad altre organizzazioni, comprese quelle criminali”.

Anche l’Occidente si avvicina a questa regione con una prospettiva securitaria. Ha bisogno di alleati per controllare e combattere le molteplici etichette del fondamentalismo islamico, in quella vasta area che va dal Maghreb all’Africa nera. Gli americani dispongono nel Paese di droni e forze speciali, binomio chiave della politica estera di Obama. La presenza dei francesi è ancora più importante (anche per ragioni economiche: il Niger ha risorse energetiche notevoli, a partire dall’uranio). Nell’ambito dell’operazione Barkhane, lanciata per presidiare cinque ex colonie del Sahel - dopo che la precedente missione Serval aveva rovesciato la conquista jihadista del Nord del Mali - il vecchio forte di Madama, nel Nord del Niger, a un centinaio di chilometri dal confine con la Libia, è stato riconvertito in base militare, con compiti di sorveglianza e intelligence. La Francia, come gli Stati Uniti, mantiene poi soldati all’aeroporto di Niamey.

Ci si chiede se i due Paesi faranno pressione perché Issoufou possa uscire vincitore dal ballottaggio. “Una delle poche cose su cui concordano francesi e americani”, dice Manfredi, “è quella di vedere rinnovato il mandato di Issoufou, rispetto a un passaggio di consegne che porterebbe incertezza. Ci sono degli accordi che, in caso di vittoria di Amadou, dovrebbero essere ridiscussi, quindi sommessamente faranno il tifo per Issoufou. Difficile dire quale sarà l’esito del confronto, ma è molto probabile che nelle prossime settimane ci sia un’escalation delle tensioni, perché la partita adesso è decisiva. Non parlo soltanto di violenze, ma anche di sgambetti reciproci. Il Niger è ormai è fortemente polarizzato, per cui questi due poli si giocheranno il tutto per tutto. Il rischio forte è che nessuno accetti il risultato elettorale, che il presidente rifiuti di cedere il potere o, in caso contrario, che l’opposizione gridi ai brogli”.

Il convitato di pietra delle elezioni, agli occhi dell’Occidente, è lo Stato Islamico, soprattutto alla luce della possibile missione militare in Libia (di cui nelle ultime settimane abbiamo avuto qualche assaggio, con una serie di raid mirati). Ci sono report che parlano dell’afflusso nell’ex colonia italiana di militanti dall’Africa nera. Non solo i nigeriani di Boko Haram – che hanno dichiarato fedeltà al Califfato – ma anche combattenti di Niger, Senegal e altri Paesi. Allo stesso tempo, si paventa il rischio che, soprattutto in caso di intervento militare in Libia, l’Isis possa scendere in maniera decisa verso il Sahel. “Ci sono movimenti e spostamenti di uomini, armi e denaro alla frontiera tra Libia e Niger”, spiega Emilio, “ma al momento si tratta di flussi normali. È possibile che l’Isis decida di scendere verso il basso, facendo leva su alcun tribù del Fezzan, e in prospettiva diffondersi nel Sahel. Dall'Africa nera molti sono andati in Libia per combattere a fianco di Gheddafi. Alcuni sono rimasti, altri sono partiti, altri ancora sono rientrati. In realtà, i nigerini nella guerra civile libica combattono con le diverse forze in campo. La demarcazione è più su basi etniche che religiose. Ad esempio, i tebu nigerini stanno con Haftar, i tuareg con Misurata. Al momento, però, non ci sono passaggi strutturali di uomini al confine, altrimenti i francesi sarebbero intervenuti. Ma la situazione è fluida e nei prossimi mesi potrebbe evolvere in maniera differente”. 

@vannuccidavide

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