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La Somalia affronta la sfida delle elezioni

Dopo quasi cinquant’anni, domenica prossima, la Somalia torna alle urne per eleggere democraticamente un nuovo Parlamento e un nuovo presidente. Lo storico evento segna una svolta nella lunga e travagliata transizione del Paese africano, che dal 2012 è amministrato da un governo federale provvisorio.

Persone che manifestano in Somalia. Photo credits newafricanmagazine.com
Persone che manifestano in Somalia. Photo credits newafricanmagazine.com

Le elezioni avevano subito già due rinvii per l’impreparazione degli addetti al controllo del voto e a causa di una disputa tra i clan, che ripercuote le ampie e difficilmente sanabili fratture sociali che dividono il Paese.

I difficoltosi processi di riconciliazione tra i diversi clan hanno infatti avuto un impatto diretto sulle elezioni, la cui finalizzazione passa per un accordo che deve essere raggiunto dagli stessi clan per la spartizione dei seggi alla Camera alta e alla Camera del popolo, la Camera bassa del Parlamento.

Il processo elettorale somalo è basato su un meccanismo indiretto piuttosto complesso e diviso in diverse fasi, che per essere completate richiederanno più di un mese. Tutto ciò, implica che l’accesso ai seggi sarà consentito a meno dello 0,14% della popolazione, che ammonta a poco più di undici milioni di abitanti.

L’elezione dei membri del Parlamento avviene sulla base delle preferenze di 14.024 delegati, già scelti da grandi elettori rappresentativi, che altri non sono che i 135 anziani espressioni dei clan che, nel 2012, elessero i 275 membri del Parlamento, più cinquanta elettori provenienti da ciascuna delle cinque unità federali della Somalia.

I 14.024 delegati opereranno la loro scelta sulla base del sistema clanico denominato “4.5 (four point five)”, concepito dalla comunità internazionale come un compromesso per rappresentare i diversi clan e garantire un’equa ripartizione dei seggi tra i vari gruppi.

Il meccanismo 4.5 prevede l’elezione di un rappresentante per ciascuno dei quattro clan ritenuti principali e metà dei rappresentanti ai clan minoritari unitariamente considerati. Mentre i 54 parlamentari della Camera alta sono già stati nominati lo scorso 5 ottobre dagli Stati federali, come previsto dalla legge elettorale somala.

I deputati della Camera bassa dovranno essere nominati dai singoli collegi tra il 23 ottobre e il 10 novembre. Una volta eletti dovranno prestare giuramento entro il 20 novembre prossimo, in modo da designare entro il 25 novembre il presidente del Parlamento e i suoi vice.

Cinque giorni dopo, è previsto che i 275 parlamentari della Camera bassa e i 54 della Camera alta si riuniscano nuovamente per eleggere il prossimo capo dello Stato della Somalia.

Tra i candidati presidenziali figurano l’attuale presidente Hassan Sheikh Mohamud, il primo ministro in carica Omar Abdirashid Sharmarke, l’ex ambasciatore in Kenya Mohamed Ali Nur, l’ex primo ministro Abdullahi Farmajo e anche Fatumo Dayib, una rifugiata somala che vive in Finlandia dal 1990, quando fuggì dal suo paese a causa della guerra civile.

C’è comunque da evidenziare che il meccanismo elettorale somalo ha sollevato le perplessità di molti osservatori, i quali temono che gli interessi dei clan meno influenti finiscano in secondo piano e ritengono, inoltre, che tale modello di voto sia stata ideato per favorire una specifica élite politica.

Secondo l’analista politico Abdihakim Ainte, è molto difficile lasciare spazio all’ottimismo, in un processo elettorale tanto distante dalla tradizionale formula un cittadino-un voto. Ainte reputa che il meccanismo con cui i somali sceglieranno i loro rappresentanti di governo abbia un sacco di difetti intrinseci e sia incline a frodi e manipolazioni.

Nelle scorse settimane anche le Nazioni Unite, l’Unione africana, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno espresso serie preoccupazioni circa il corretto andamento del processo elettorale in Somalia, condannando i ritardi nello svolgimento delle votazioni e denunciando la presenza diffusa di candidati con alle spalle storie di criminalità, violenza e terrorismo.

Tuttavia, qualunque sia l’esito delle urne, è indubbio che questo processo segnerà un altro punto di svolta nella lunga e travagliata transizione politica del Paese. Se le elezioni si riveleranno un fallimento, i primi timidi segnali di fiducia nelle istituzioni somale potrebbero di nuovo disperdersi nel caos che seguirà. 

Se invece la consultazione elettorale avrà luogo senza problemi, ci sarà da interrogarsi sul futuro della Somalia, chiedendosi se nei prossimi anni il Paese sarà in grado di conservare le sue nascenti istituzioni e proseguire sulla tortuosa strada che conduce verso la democratizzazione e lo sviluppo.

Senza contare che, seppur largamente sotto rappresentato, un governo in grado di assicurare stabilità a lungo termine è l’unica garanzia verso gli attori internazionali ancora essenziali e presenti nel territorio.

Di fatto, la Somalia potrà raggiungere la piena sovranità solo attraverso il ritiro delle truppe della missione AMISOM dell’Unione africana e il ridimensionamento dei vitali aiuti delle Nazioni Unite, che tuttora rappresentano la principale fonte di investimenti diretti esteri.

@afrofocus

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