eastwest challenge banner leaderboard

Eritrea, nuovi aiuti europei al regime liberticida

Il recente invito rivolto da Reporter sans frontières all’Unione europea, riguardo l’erogazione degli aiuti all’Eritrea attraverso il Fondo europeo di sviluppo (FES) testimonia la gravità della situazione nel mancato rispetto dei diritti umani nel Paese del Corno d’Africa. Tramite l’undicesimo FES, il governo di Asmara otterrà 312 milioni di euro di aiuti da ora fino al 2020, nonostante il regime di Isaias Afewerki, al potere da 22 anni, abbia cancellato ogni forma di libertà, diritti civili e politici; oltre a rendere l’Eritrea uno dei Paesi più poveri del mondo.

Il manifesto della campagna lanciata da Change.org per bloccare gli aiuti allo sviluppo europei destinati al regime di Asmara.

Per tali ragioni, l’organizzazione non governativa impegnata nella difesa della libertà di stampa chiede all’Europa di condizionare gli aiuti FES all’Eritrea a un significativo aumento delle libertà fondamentali, tra cui quella di informazione.
Tra le più recenti nefandezze della giunta militare che governa il Paese ricordiamo che durante la devastante carestia che nel 2010 ha investito il Corno d’Africa, Asmara ha negato l’emergenza e rifiutato gli aiuti internazionali per ragioni politiche e di “prestigio”, costringendo la popolazione a sofferenze enormi.
Senza dimenticare, che l’Eritrea è stata isolata da quasi tutti i governi democratici, che hanno interrotto i rapporti diplomatici contestando al governo la violazione sistematica dei diritti umani attuata per mezzo di un regime di polizia omnipervasivo.
Non a caso, l’Eritrea è uno tra i luoghi di provenienza del maggior numero di migranti, come testimoniato dai quasi 40mila che lo scorso anno sono riusciti a fuggire dal Paese chiedendo asilo politico. Mentre, secondo i dati diffusi dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), ogni mese scappano in media 4mila persone e negli ultimi dieci anni più di 305mila eritrei, corrispondenti a circa il 5% della popolazione, sono fuggiti dal Paese.
Basti considerare, che la maggior parte dei migranti che hanno perso la vita in una delle più grandi catastrofi nel Mediterraneo, il naufragio del 3 ottobre del 2013 al largo di Lampedusa, erano di nazionalità eritrea, come eritrei sono il 18% dei migranti arrivati in Italia lo scorso anno.
E’ evidente, che la sistematica violazione dei diritti umani messa in atto dal regime induce un numero crescente di persone a scappare da un Paese in cui la durata del servizio militare è indefinita; mentre arresti indiscriminati e detenzioni arbitrarie sono una consuetudine.
Un capitolo a parte meriterebbero le inumane condizioni detentive delle carceri, dove, secondo Amnesty International, almeno 10mila prigionieri politici sono detenuti arbitrariamente in celle sovraffollate nelle quali sono costretti a dormire anche all’addiaccio, oppure stesi a terra, uno attaccato all’altro su un fianco, senza potersi girare.
Mentre un altro recente rapporto di Human Rights Watch, rivela che in questi luoghi di pena l’acqua potabile scarseggia, i servizi igienici sono latrine sudice, le malattie infettive sono molto diffuse e spesso le celle sono sotterranee o sistemate in container bollenti di giorno e gelidi di notte.
Il rapporto rivela pure che durante gli interrogatori molti prigionieri sono sottoposti a torture. Inoltre, a molti reclusi vengono legati le mani e i piedi dietro la schiena per lunghe ore e spesso sono esposti anche al sole. Un’altra forma di violenza diffusa riguarda le donne, obbligate al servizio militare e spesso oggetto molestie e abusi sessuali all’interno dell’esercito.
Nel Paese africano anche la censura sulla stampa è a dir poco pressante, come testimonia l’annuale classifica del Commettee for the Protection of Journalists, che posiziona l’Eritrea al primo posto tra i Paesi più repressivi per ciò che concerne la libertà di stampa.
Un triste primato “conquistato” grazie anche ai ventitré giornalisti ancora detenuti nelle prigioni eritree e alla chiusura di tutti i mezzi di comunicazione privati, decisa nel 2001, che ha consentito al governo di esercitare il suo totale controllo sull’informazione, bloccando anche le trasmissioni radiofoniche indipendenti internazionali come quelle di Al Jazeera.
Anche le Nazioni Unite, in un rapporto della commissione di inchiesta sui diritti umani in Eritrea dello scorso marzo, hanno definito quella messa in atto dal regime di Afewerki come una “repressione spietata”, dopo aver indagato per quattro mesi sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità del Paese africano.
Secondo Cléa Kahn-Sriber, responsabile di Reporter sans frontières Africa, “è sbalorditivo che l’Unione europea sostenga il regime eritreo con tutti questi aiuti senza chiedere nulla in cambio in materia di diritti umani e libertà di espressione”.
Del resto, in un contesto del genere, sembra evidente che il pacchetto di assistenza di 312 milioni di euro riservati dal FES all’Eritrea, susciti la preoccupazione che i progetti di sviluppo nel Paese vengano realizzati per mezzo di lavoro forzato in violazione del diritto internazionale.
Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA