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Il marchio della Cina sulla crisi economica africana

Le aziende cinesi nel 2016 sono state il primo investitore in Africa. E portano più lavoro degli altri partner stranieri. La Cina ha quindi un ruolo primario nel tentativo di rilancio dopo un anno nero. Ma lo stretto rapporto sino-africano rivela crescenti criticità

China-Africa Investment Forum.
China-Africa Investment Forum.

“Aprire un nuovo capitolo del partenariato economico sino-africano”, così recitava il titolo del secondo China-Africa Investment Forum (Caif), tenuto la settimana scorsa nella città marocchina di Marrakech, dove sono convenuti più di 400 esperti ed esponenti del mondo imprenditoriale cinese e africano di alto livello.

L’ingente numero di addetti ai lavori ha esaminato le possibilità di creare le condizioni necessarie affinché il partenariato economico tra i due blocchi raggiunga il suo pieno potenziale, soprattutto nel settore industriale.

Il summit economico ha anche ospitato incontri e dibattiti per discutere delle implicazioni finanziarie per i Paesi africani della cosiddetta “Nuova Via della Seta”, il progetto lanciato dal presidente cinese Xi Jinping per rafforzare la presenza cinese sulle rotte commerciali internazionali.

L’economia africana rallenta

Tutte iniziative che potrebbero rivelarsi proficue mentre l’Africa sta registrando un sensibile rallentamento dello sviluppo economico. Il 2016 è risultato l’anno peggiore per l’economia in tutta l’area subsahariana negli ultimi due decenni. E nonostante una timida ripresa, la Banca Mondiale prevede che nel 2017 la crescita economica della regione supererà solo leggermente quella della popolazione, frenando gli sforzi dei governi africani per aumentare l’occupazione e ridurre la povertà.

In questo deficitario quadro economico, la Cina, come primo partner commerciale del continente, esercita un ruolo primario nel tentativo di rilancio dell’economia africana, dimostrato dal fatto che nel 2016 le aziende della potenza asiatica sono state il primo investitore assoluto in Africa e più di 10mila operatori economici cinesi sono attualmente presenti nella regione subsahariana.

La Cina motore dello sviluppo africano?

Un recente rapporto sulle relazioni e il partenariato economico Cina-Africa realizzato dalla McKinsey&Company spiega come Pechino stia favorendo l’accelerazione dello sviluppo dell’Africa e che il coinvolgimento della Repubblica popolare nel continente è molto più vasto e articolato, rispetto a quanto stabilito dagli studi precedenti.

Un’altro studio pubblicato dal World Bank Economic Review ha rilevato che la maggior parte dei progetti di investimento cinesi in Africa si sono sviluppati nel settore dei servizi e un numero significativo nel manifatturiero. Un risultato che contrasta con l’opinione diffusa in Occidente, secondo cui la Cina sfrutta principalmente le risorse naturali piuttosto che investire in Africa.

I tre autori del rapporto sostengono che ci sono idee sbagliate sulla penetrazione della Cina in Africa, basandosi sul fatto che la maggior parte degli accordi più importanti riguardano progetti  infrastrutturali e di sfruttamento delle risorse naturali. Questi grandi accordi sono quelli che in genere fanno notizia, ma c’è una larga parte di Pmi cinesi che non hanno interessi nelle materie prime.

Lo studio evidenzia inoltre che, pur avendo realizzato meno progetti di investimenti diretti esteri rispetto agli investitori occidentali, nel 2016 la Cina ha creato oltre 30mila posti di lavoro in Africa: il 30% di tutti quelli prodotti grazie agli investimenti diretti esteri.

Il fatto che Pechino abbia superato altre potenze straniere come il principale creatore di posti di lavoro in Africa, non significa però che nella sua ventennale politica africana, il gigante asiatico sia stato mosso da zelo filantropico.

Inoltre, se l’Africa sta attraversando questa delicata fase di congiuntura economica qualche problema è derivato anche dalla sua stretta relazione con la Cina, che negli ultimi anni ha registrato a sua volta un rallentamento nella crescita economica, che lo scorso anno ha toccato il valore più basso dal 1990.

Numerose criticità nelle relazioni tra i due blocchi

Un nuovo studio dal titolo “Cina-Africa: durerà il matrimonio di convenienza?”, pubblicato da Coface ha riscontrato non poche criticità nelle relazioni sino-africane. Secondo gli analisti finanziari del gruppo francese di Coface, il rallentamento dell’economia cinese ha sacrificato i consumi interni. Per questo, il gigante asiatico ha intrapreso un nuovo corso per rilanciare il consumo privato rispetto agli investimenti e dunque anche alla produzione industriale. Penalizzando così le esportazioni della regione sub-sahariana verso la Cina, concentrate per oltre l’80% in minerali, metalli e idrocarburi.

Una tendenza che negli ultimi due anni ha trovato conferme nella tangibile diminuzione degli scambi commerciali tra il continente africano e l’ex Impero di Mezzo, nonché nel calo del flusso di investimenti diretti esteri della Cina verso i Paesi africani.

Due elementi, che oltre a tradursi in una domanda inferiore per le risorse minerarie ed energetiche africane, hanno prodotto una notevole diminuzione dei prezzi delle materie prime dai picchi del 2014, a partire da quello del greggio.

Tutto ciò ha dimezzato il valore delle esportazioni africane, che nel 2014 registrarono un record di 111,7 miliardi di dollari (95,80 miliardi di euro) contro i 54,8 miliardi di dollari (47 miliardi di euro) del 2016.

Il report osserva che il calo della domanda avrà il suo impatto più forte soprattutto in dieci Paesi sub-sahariani, che hanno maggiormente beneficiato di finanziamenti e flussi di Ide cinesi. In primis Sud Sudan e Angola, ambedue caratterizzati da economie basate principalmente sulla produzione di petrolio.

Di conseguenza, i Paesi africani fortemente dipendenti dalla Cina resteranno ampiamente esposti alle oscillazioni della domanda o a un possibile nuovo crollo delle materie prime. Oltre al fatto che gli interessi cinesi per la regione si basano prioritariamente su una rete complessa di obiettivi politici ed economici. Un aspetto che rende la vulnerabilità africana sensibile anche ai mutamenti della politica estera cinese.

@afrofocus

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