Gli effetti della Brexit sulla Somalia e sulla missione AMISOM

Da sei mesi, le truppe della AMISOM non ricevono il salario per effetto dei tagli operati dall’Unione Europea, che lo scorso febbraio aveva deciso una riduzione generale dei fondi pari al 20% sui 200 milioni di dollari di stanziamenti annui, giustificando la misura con un budget vincolato e nuove esigenze di sicurezza.L’Europa, che fornisce le risorse necessarie per il pagamento delle indennità alle truppe e di altre spese correlate, motiva il ritardo accumulato nel versare gli stipendi ai soldati con la mancata approvazione del bilancio, che regola gli interventi di natura economica della missione.

Didascalia: African Union troops in Somalia. Photo Afp

Lunedì scorso, però, la BBC ha riportato la notizia che il blocco delle paghe ai militari è dovuto al ritardo nell’arrivo delle ultime due tranche di finanziamenti. Mentre Gary Quince, capo della Delegazione europea presso l’Unione Africana (UA), ha spiegato che la sospensione dei pagamenti ai 22mila effettivi in forza alla missione di pace in Somalia è dovuto esclusivamente alla carenza di fondi.
L’Alto rappresentante europeo presso l’organismo di Addis Abeba ha spiegato che ci vorrà ancora del tempo per ottenere le approvazioni necessarie per svincolare gli stanziamenti destinati alla missione, creata nel gennaio 2007dal Consiglio di Pace e Sicurezza dell’UA, con un mandato iniziale di sei mesi per sostituire il contingente etiopico.
I tagli decisi da Bruxelles sono entrati in vigore da giugno e dall’inizio dell’anno sono stati spesi 634 milioni di dollari (570 milioni di euro) per coprire i costi della missione relativi al periodo giugno – novembre 2015, comprendenti le indennità dei militari e delle forze di polizia impiegate nella missione, oltre agli stipendi del personale civile.
L’UE è il singolo donatore più importante in Somalia e assicura 1.028 dollari (925 euro) ogni mese per ogni soldato AMISOM; dai quali i rispettivi governi devono dedurre circa 200 dollari per le spese amministrative, che significa un indennizzo netto di circa 800 dollari per ogni peacekeeper.
Una somma ben più alta del magro stipendio che i militari ricevono dai loro governi, ora però ridotta dal ridimensionamento del budget del 20% operato da Bruxelles, per cui ogni soldato ha perso circa 160 dollari dell’indennità di base.
Secondo l’ambasciatore dell’UE in Somalia Michele Cervone D’Urso, i ritardi nel pagamento e le considerevoli riduzioni degli stipendi stanno avendo un impatto negativo sul morale delle truppe, proprio nel momento in cui al-Shabaab ha ripreso ad attaccare costantemente obiettivi militari e civili.
Il capo dell’AMISOM, l’ambasciatore mozambicano Francisco Caetano José Madeira, ritiene che al posto dei tagli sui finanziamenti, la missione necessiterebbe di altri elicotteri da combattimento e armi per sconfiggere definitivamente i terroristi di al-Shabaab e liberare l’intero territorio somalo.
Negli ultimi dodici mesi, gli islamisti hanno colpito quattro basi dell’AMISOM: il compound di Lego, cento chilometri a nord-ovest di Mogadiscio, dove il 26 giugno 2015 hanno perso la vita più di trenta militari burundesi; la base di Janale nella regione del Basso Scebeli, distante 80 chilometri da Mogadiscio, dove lo scorso primo settembre sono rimasti uccisi cinquanta caschi verdi ugandesi.
Nel gennaio 2016 è stata attaccata la base di El Ade, nei pressi della città di Ceel Cado, nel sud-ovest della Somalia, circa 550 chilometri da Mogadiscio, dove hanno perso la vita almeno cento militari keniani (il numero effettivo dei caduti nell’attacco non è mai stato confermato dalle autorità keniane).
L’ultimo offensiva ha avuto luogo presso la base di Halgan, trecento chilometri a nord di Mogadiscio, nella quale, lo scorso 9 giugno, sono morti almeno 43 soldati etiopi. A differenza del devastante attacco sul contingente keniano a El Ade, il supporto aereo e i rinforzi etiopi sono arrivati ​​rapidamente sul luogo e inflitto pesanti perdite ai miliziani di al-Shabaab.
Una situazione di estrema allerta, nella quale la settimana scorsa l’Uganda, il cui contingente costituisce circa un terzo dell’intera missione, ha dichiarato l’intenzione di ritirare le sue truppe dalla Somalia entro la fine del 2017, senza addurre alcuna motivazione ufficiale.
Ma forse, il più duro colpo per l’AMISOM arriva dall’esito del referendum con cui la scorsa settimana la Gran Bretagna ha deciso di abbandonare l’Unione Europea. Londra è stata per lungo tempo la forza trainante della strategia internazionale esercitando un’influenza prioritaria sulla politica europea per la Somalia, in particolare assicurando che i fondi UE garantissero la copertura della maggior parte dei costi della missione dell’Unione africana.
Fino a febbraio, il 90% del budget di AMISOM era coperto nell’ambito dell’African Peace Facility (AFP), ma prima ancora che la Gran Bretagna perdesse il suo dominio sul meccanismo di finanziamento europeo votando a favore della Brexit, stavano salendo le pressioni per riallocarne le risorse.
In particolare, prima del divorzio britannico da Bruxelles, la Francia stava spingendo per deviare i fondi AFP su altre operazioni di sostegno della pace in Africa guidate dall’Unione Europea, prime tra tutte le missioni EUCAP ed EUTM in Mali e in Niger.
In conclusione, l’inevitabile e imminente mancanza del contributo finanziario di Londra al fondo AFP e, in maniera ancora più importante, la perdita della leadership politica britannica sulla Somalia all’interno dell’UE pone una seria incognita sull’operatività di AMISOM e sul futuro della strategia europea nel Paese del Corno d’Africa.
@afrofocus

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