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Grand Ethiopian Renaissance Dam: la diga della discordia tra Etiopia, Egitto e Sudan

170 metri di altezza e 1,8 chilometri di larghezza: queste le misure della Grand Ethiopian Renaissance Dam, diga in costruzione sul Nilo Azzurro (apertura prevista nel 2017) simbolo della rinascita etiope e pomo della discordia tra Addis Abeba, Il Cairo e Khartoum. Nonostante una netta opposizione egiziana e sudanese al progetto abbia ceduto il passo a toni più concilianti, la preoccupazione per l'accesso futuro alle acque del grande fiume è palpabile, soprattutto all'ombra delle piramidi.

Construction workers are seen in a section of Ethiopia's Grand Renaissance Dam, as it undergoes construction, during a media tour along the river Nile in Benishangul Gumuz Region, Guba Woreda, in Ethiopia March 31, 2015. REUTER/Tiksa Negeri

Per questa ragione, Al-Sisi e il presidente sudanese Omar Al-Bashir hanno concesso il loro beneplacito alla realizzazione del mastodontico sbarramento solo a condizione che non comprometta il bilancio idrico dei Paesi a valle.

Credits www.stratfor.comCredits www.stratfor.com

Un Egitto assetato

Citando due trattati siglati nel 1929 e nel 1959 tra Etiopia, Sudan e Impero britannico, Il Cairo si arroga il diritto a due terzi delle acque del Nilo e a un potere di veto su qualsivoglia progetto che coinvolga il fiume più lungo del mondo. L'Egitto deve la propria sopravvivenza al Nilo, da cui proviene la quasi totalità delle sue risorse idriche, e una riduzione della portata del fiume potrebbe significare una catastrofe per un'agricoltura già insufficiente alle necessità alimentari di 90 milioni di persone e un duro colpo per il settore idroelettrico, in primis per il funzionamento della diga di Aswan. 

A tale scopo, due aziende francesi sono state incaricate di verificare l'impatto dell'opera, ma mentre uno studio definitivo tarda a vedere la luce, i lavori di costruzione della GERD sono ormai a uno stadio avanzato, e il Cairo teme che sia troppo tardi per un'eventuale modifica al progetto. L'Egitto viene  tuttavia rassicurato dal governo etiope, secondo il quale la GERD avrà come scopo  il raddoppio della produzione nazionale di energia elettrica, attualmente pari a 6000 megawatt e sufficiente ai bisogni di solamente un quarto della popolazione; una volta sfruttatane l'energia cinetica per le turbine, l'acqua verrà riversata nel letto del fiume. Tra il dire e il fare, però, ci sono di mezzo il Nilo e le accuse egiziane all'Etiopia di voler approfittare dell'invaso anche per uso agricolo; dal punto di vista ingegneristico, però, ciò implicherebbe pompare acqua controcorrente, uno sforzo inutile e antieconomico. L'unica perplessità condivisibile pertiene il riempimento del bacino artificiale, il quale, viste le dimensioni, produrrebbe una riduzione significativa del flusso in entrata in Egitto per un periodo non indifferente.

Sudan free-rider ed Etiopia astro nascente dell'economia africana

Quella contraria alla costruzione della GERD si è però rivelata un'allenza altalenante. Khartoum,  è presto passata dalla strenua opposizione a un accomodante assenso appena ha capito di poter guadagnare qualcosa dall'opera, situata a soli 40 chilometri dai suoi confini. Il Sudan stesso, infatti, soffre di deficit energetico, e quindi acquisterebbe volentieri l'energia elettrica prodotta in Etiopia; la diga, inoltre, permetterebbe di regolare il livello del Nilo ed evitare inondazioni disastrose, oltre che di sottrarre una quota considerevole di acqua all'Egitto assetato.

La vera protagonista della vicenda è però l'Etiopia, seconda nazione africana per numero di abitanti e leone rampante dell'economia continentale. Approfittando delle cattive acque in cui recentemente navigano Egitto e Sudan, Addis Abeba ha deciso di consacrare con la "diga della rinascita" la propria paternità sul Nilo e una crescita annua del Pil stabile intorno al dieci per cento, non passata inosservata né da parte delle istituzioni finanziare internazionali né degli investitori europei e, manco a dirlo, cinesi. Nelle intenzioni del governo, la diga più grande d'Africa, nonché la decima al mondo, costituirà il cuore pulsante di una rete che distribuerà energia idroelettrica nelle case e nelle fabbriche di tutto il corno d'Africa e oltre, giungendo fino in Arabia Saudita e forse all'Europa meridionale. Tutto ciò a un costo non indifferente: una stima di 4,8 miliardi di dollari sborsati dall'Etiopia grazie all'emissione di buoni del tesoro, a prelievi coatti sugli stipendi dei dipendenti pubblici e a una martellante campagna di  invito al risparmio rivolta ai propri cittadini; e se si è parlato di un prestito da Pechino, certo è che né la Banca Mondiale né i governi occidentali hanno finanziato il progetto, non intenzionati a compromettere i rapporti diplomatici e commerciali con il gigante egiziano (sotto relativo silenzio qui da noi è passato anche il fatto che la società costruttrice è italiana).

Qualche tempo fa al Cairo dichiararono di essere pronti alla guerra per il Nilo. Nel frattempo, ne è passata di acqua sotto i ponti e ora  la priorità del regime di al-Sisi è la stabilità interna; se a ciò si aggiunge il fatto che i tanto attesi studi sull'impatto della diga arriveranno quasi certamente a opera conclusa, qualsivoglia opposizione risulta ormai inutile. L'Egitto si trova quindi a dover intraprendere una duplice politica intorno al Nilo: da una parte, perseguire un'utilizzo più oculato delle risorse idriche anche attraverso l'adozione di nuove tecniche (desalinizzazione, depurazione, metodi più efficaci di irrigazione etc.), e dall'altra garantire una collaborazione proficua con i vicini rivieraschi, una cooperazione win-win da cui tutti traggano vantaggio. Alle opere faraoniche gli Egiziani sono stati  stabituati dalla storia; si abitueranno anche a non esserne i detentori esclusivi...

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