Il Burkina Faso ripiomba nel caos

Dieci giorni fa, questo blog si è occupato delle prossime elezioni in Burkina Faso (qui), evidenziando le tensioni scaturite dalla decisione del Consiglio Costituzionale relativa alla bocciatura della candidatura per la nomina presidenziale, presentata da alcuni membri del Congresso per la democrazia e il progresso (CDP), il partito del deposto presidente Blaise Compaoré.

Sullo spartitraffico di in una strada di Ouagadougou campeggia uno slogan ostile all’RSP, il Reggimento di sicurezza presidenziale che ha messo in atto il colpo di stato. REUTERS/Joe Penney

Secondo il parere degli osservatori locali, questo sarebbe proprio uno dei motivi che mercoledì scorso hanno indotto i militari del Reggimento di sicurezza presidenziale (RSP) a sequestrare i membri del governo di transizione, tra cui il presidente Michel Kafando e il primo ministro Yacouba Isaac Zida.

Quasi un anno dopo le manifestazioni popolari che costrinsero alla fuga l’ex uomo forte di Ouagadougou, nell’arco di un pomeriggio il Paese è ripiombato nel caos infrangendo le speranze di un cambiamento democratico e riportando sulla scena politica i sostenitori del vecchio regime, che per 27 lunghi anni ha guidato le sorti dell’ex colonia francese.

L’annuncio ufficiale del colpo di mano è arrivato alle 7,30 di giovedì 17 settembre, quando alla televisione pubblica il colonnello Mamadou Bamba si è presentato a nome del Consiglio nazionale per la democrazia (CND) dichiarando di aver organizzato il golpe per “mettere fine al degenerato regime di transizione”.

Nel suo apologo, l’alto ufficiale ha infatti spiegato che il processo portato avanti da Kafando e Zida si è “progressivamente distanziato dall’obiettivo di rifondare la democrazia, con il governo intento ad utilizzare le forze militari per scopi personali ed a manipolare l’informazione sui media”. Per questo, ha annunciato che per ripristinare l’ordine e restaurare la coesione nazionale sarà formato un nuovo governo con l’obiettivo di arrivare a nuove e più inclusive elezioni.

Oltre a decidere il rinvio del voto, l’élite militare strettamente legata a Compaoré ha sciolto il governo di transizione, ha chiuso le frontiere e ha imposto il coprifuoco notturno.

A capo del CND, il consiglio di transizione che ha preso la guida del Paese, è stato posto il generale Gilbert Diendéré, comandante della RSP ed ex Capo di stato maggiore nel vecchio regime. Tuttavia, contattato da France 24, Diendéré ha smentito di aver avuto contatti con Compaoré, su cui gravano fondati sospetti riguardo la regia del nuovo golpe, e ha spiegato che la fase attuale sarà solamente temporanea. Ma è molto difficile immaginare che il colpo di Stato sia stato orchestrato senza il consenso del leader, attualmente in esilio in Marocco.

Diendéré sarebbe anche implicato nell’assassinio di Thomas Sankara, il carismatico e compianto presidente che impresse un nuovo corso al Burkina Faso. E forse non è solo una coincidenza che proprio nella mattinata di giovedì 17 settembre dovevano essere resi noti i risultati dell’autopsia di Sankara, dopo che il disciolto governo di transizione aveva rilanciato l’inchiesta per chiarire le responsabilità nella morte del primo presidente burkinabe.

Nel frattempo, dal martoriato Paese giungono notizie di scontri nella capitale Ouagadougou tra la guardia militare e manifestanti scesi in piazza per protestare contro il golpe, che finora avrebbero provocato almeno dieci morti e una sessantina di feriti.

Secondo la testimonianza di Damien Glez, disegnatore del giornale satirico burkinabe “Journal du Jeudi”, i militari hanno dato alle fiamme gli uffici della popolare Radio Omega e hanno interrotto le trasmissioni del canale televisivo privato PF1, mentre la stampa e i social media non sono stati ancora presi di mira.

Dopo il golpe militare, non sono mancate le dure e rituali reazioni della comunità internazionale, a partire dalle Nazioni Unite, Stati Uniti e soprattutto dalla Francia, che ha condannato l’accaduto e ha chiesto la liberazione immediata delle persone arrestate, il rilancio del processo elettorale e il ripristino delle autorità di transizione per portare avanti il processo di democratizzazione nella sua ex colonia. Forse, dimenticando di aver favorito la fuga di Compaorè in Costa d’Avorio. Molto ferma la risposta della Svizzera, che ha deciso per prima di sospendere gli aiuti diretti alla nazione dell’Africa occidentale.

Una previsione di quanto accaduto la settimana scorsa in Burkina Faso era riportata in un articolo pubblicato lo scorso 10 settembre dalla rivista americana Foreign Policy, dove è spiegato che una transizione democratica è sempre difficile in un Paese guidato a lungo da un dittatore, come Blaise Compaoré.

Secondo gli autori dell’articolo Andrea Kendall-Taylor ed Erica Frantz, la ragione di tutto questo è riconducibile al fatto che gli autocrati che restano per lungo tempo al potere sviluppano una cerchia ristretta di sostenitori altamente motivati a mantenere lo status quo e legati a doppio filo con le istituzioni, che sono in grado di manipolare per bloccare ogni cambiamento, anche dopo la caduta del regime. Esattamente quello che sta accadendo in Burkina.

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