Kampala ha deciso: il petrolio ugandese passerà per la Tanzania

L’Uganda sta per realizzare uno dei suoi obiettivi strategici primari: la costruzione di un oleodotto che consentirà di sfruttare i giacimenti petroliferi scoperti dieci anni fa nel nord-ovest del Paese, precisamente nel bacino del Lago Alberto, al confine con la Repubblica democratica del Congo.

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La decisione annunciata al termine del 13esimo vertice dei Paesi che partecipano al progetto d’integrazione infrastrutturale “Corridoio Nord”, tenuto lo scorso fine settimana nella capitale ugandese Kampala, pone fine ai negoziati per definire il percorso della pipeline.

La realizzazione dell’infrastruttura riveste un’importanza particolare per l’Uganda. La nazione, priva di sbocco al mare, per iniziare a esportare il suo petrolio deve necessariamente costruire un oleodotto che attraversi i Paesi vicini per raggiungere le coste dell’Oceano Indiano. L’opera consentirà lo sfruttamento delle sue cospicue riserve di greggio, valutate nelle stime più recenti in 6,5 miliardi di barili.

Kampala originariamente aveva reputato di far passare la condotta attraverso la rotta settentrionale del Kenya, siglando nello scorso agosto un memorandum d’intesa con Nairobi per lo sviluppo di un oleodotto di 1.403 chilometri che avrebbe raggiunto il porto di Lamu nel sud-est del Kenya.

Poche settimane dopo, però, è stata considerata l’opzione del passaggio attraverso la Tanzania, ritenuta più economica rispetto a quella keniana, che aveva un costo stimato di circa 4,5 miliardi di dollari.

La scelta della nuova rotta è stata sostenuta anche dalla Total, una delle major petrolifere che dal 2009, insieme alla China National Offshore Oil Corporation e alla britannica Tullow Oil, detiene i diritti d’esplorazione sui pozzi ugandesi.

Il colosso francese ha spinto molto in favore della Tanzania, dopo aver ripetutamente espresso le sue perplessità sul percorso attraverso la frontiera keniana, ritenuta pericolosa perché soggetta ai possibili attacchi degli estremisti islamici somali di al-Shabaab.

Lo stesso James Mataragio, amministratore delegato della compagnia statale Tanzania Petroleum Development Corporation, ha confermato che la scelta della Tanzania per realizzare il progetto del gasdotto è il risultato di un accordo tra il governo ugandese e Total.

Perché l’Uganda ha optato per la Tanzania

La decisione dell’Uganda è stata anche influenzata dai saldi legami storici che uniscono i due Paesi. Nel 1986, l’allora presidente tanzaniano Ali Hassan Mwinyi sostenne con decisione l’ascesa al potere dell’attuale presidente ugandeseYoweri Museveni, contribuendo alla destituzione del suo rivale Milton Obote.

Non a caso, nel corso dei colloqui preliminari all’ufficializzazione dell’accordo, Museveni aveva più volte lasciato chiaramente intendere che la condivisione del progetto con la Tanzania rappresenta un “riconoscimento” per l’aiuto ricevuto in passato dal Paese africano.

L’impianto avrà un costo stimato di circa 4 miliardi di dollari e per la sua realizzazione è previsto l’impiego di almeno 15mila persone, che costruiranno una pipeline di 1.120 chilometri per collegare il porto nord-orientale tanzaniano di Tanga al distretto diHoima, nell’ovest dell’Uganda. Secondo le previsioni di Dodoma, i lavori per la costruzione dell’opera dovrebbero essere completati entro metà del 2020.

Una volta terminato, l’oleodotto sarà in grado di trasportare fino a 200mila barili di petrolio al giorno, contribuendo anche a incrementare di oltre il 50% su base annua gli investimenti diretti stranieri in Tanzania.

L’Uganda ha privilegiato la rotta tanzaniana anche per la convenienza della tariffa per il trasporto del greggio attraverso l’oleodotto, che sarà limitata a 12,20 dollari al barile, tuttavia le parti devono ancora concordare l’imposta finale.

Il progetto con molta probabilità sarà sviluppato attraverso un partenariato pubblico-privato e le compagnie petrolifere di entrambi i Paesi sono impegnate nel tentativo di raggiungere un accordo conclusivo, sulla base del quale orientarsi nel definire le strategie d’investimento.

Gli effetti negativi per il Kenya

La scelta ugandese di condividere il progetto con la Tanzania potrebbe assestare un duro colpo ai piani di sviluppo di Nairobi, che fa molto affidamento sulle risorse petrolifere per un’ulteriore crescita della sua economia.

La rotta settentrionale dell’oleodotto che avrebbe portato il petrolio in Kenya si sarebbe collegata al progetto LAPSSET(Lamu Port-Sud Sudan-Etiopia) che, nell’ambito del piano “Vision 2030”, il governo di Nairobi sta sostenendo per realizzare una rete di strade e infrastrutture per collegare Sud Sudan ed Etiopia al porto keniano di Lamu, vicino al confine con la Somalia.

Una volta completato, il LAPSSET sarà il secondo corridoio di trasporto del Paese. Tuttavia, dopo che Kampala ha scelto la Tanzania per pompare il suo petrolio, il Kenya sarà costretto a cercare altrove nuovi finanziamenti per portare avanti i suoi ambiziosi progetti.

@afrofocus

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