La messinscena delle elezioni in Sudan

In Sudan, si sono tenute le prime elezioni dopo la separazione dal Sud, che hanno riconfermato presidente Omar Ahmad al Bashir con 5.252.478 di preferenze, esattamente il 94% dei voti espressi: un risultato che a prima vista potrebbe sembrare un autentico plebiscito.

Sudan’s election commission announced Omar al-Bashir re-election with 94.5% of the ballot. Photograph: Mosa'ab Elshamy/AP

Sulla rielezione dell’uomo forte di Khartoum pesano, però, molti interrogativi, a partire dal fatto che il presidente detiene il potere in Sudan dal 1989, quando in seguito a un colpo di stato rovesciò il primo ministro sudanese Sadiq al-Mahdi, democraticamente eletto; nonché attuale presidente dell’Umma Party, il principale partito d’opposizione.

Altro aspetto, che rende piuttosto controversa la riconferma di Bashir, è racchiuso nell’incriminazione di crimini di guerra e genocidio da parte della Corte penale internazionale per il suo ruolo nel conflitto del Darfur, una ribellione di alcune etnie che, secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite, ha causato più di trecentomila i morti ufficiali e oltre 2,7 milioni di profughi.

Tuttavia, riguardo questo aspetto, va rilevato che la situazione giuridica è nettamente cambiata rispetto alla vigilia delle elezioni del 2010, quando il tribunale dell’Aja emise il mandato di arresto nei confronti di al Bashir con l’accusa di genocidio. Mentre questa volta, l’uomo forte di Khartoum si è ripresentato alle urne con il mandato formalmente sospeso e le prove a suo carico decadute.

C’è anche da aggiungere, che oltre all’area sud-occidentale del Darfur, anche il Sud Kordofan e il Nilo Azzurro sono interessate da annosi conflitti. Ed è evidente che la popolazione di queste tre regioni del Paese africano non abbia avuto la possibilità di vota­re normalmente.

Senza contare, che alcuni mesi prima delle elezioni, i militanti dell’opposizione avevano dato vita a una campagna per operare un boicottaggio di massa senza precedenti, denunciando il voto come “una farsa politica”. E in effetti, i seggi a Khartoum sono rimasti in gran parte deserti, nonostante la decisione della Commissione elettorale di prolungare di un giorno le operazioni di voto a livello nazionale.

Anche la comunità internazionale ha definito “non credibile” il risultato delle urne. Dure critiche sono arrivate da Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia, che con una nota congiunta hanno biasimato il Sudan per la sua “incapacità di creare un ambiente libero, equo e favorevole al corretto svolgimento delle elezioni”, concludendo che “l’esito finale del voto non può essere considerato un’espressione credibile della volontà popolare”.

In quest’atmosfera di generale sfiducia, gli attivisti per i diritti umani si sono affrettati a denunciare il risultato. Suliman Baldo, direttore esecutivo di Sudan Democracy First Group, ha dichiarato: “Il responso delle urne rappresenta l’opposto esatto di un grande giorno per la democrazia. Le elezioni si sono consumate in un clima di apatia generale, una sorta di fatalismo che hanno consentito che Bashir e il suo partito fossero in competizione solo con se stessi. Il boicottaggio è stato sistematico e in alcuni casi è stato messo in atto anche dai membri del Partito del congresso nazionale (NCP), la formazione di governo”.

Baldo prevede, inoltre, l’intensificazione dei combattimenti nella regione del Darfur e l’aggravarsi della crisi politica, perché dopo questo voto si è esaurito lo spazio per il dialogo tra il governo e l’opposizione.

L’attivista per i diritti umani sudanese fa esplicito riferimento al dialogo nazionale lanciato da Bashir nel gennaio dello scorso anno, mai veramente decol­lato e progressivamente abbandonato da importanti attori della scena politica sudanese, che vi avevano aderito.

Senza tralasciare, che con l’avvicinarsi delle elezioni, diversi leader dell’opposizione sono stati arrestati. Tra i più rappresentativi Mariam Sadiq al-Mahdi, figlia di Sadiq al-Mahdi e vicepresi­dente dell’Umma, convinta sostenitrice di una coalizio­ne tra tutte le forze di opposizione.

Mariam è stata rilasciata solo in seguito a forti pressioni internazionali, mentre sono ancora in carcere l’avvocato e noto politico Farouk Abu Issa, presidente delle Forze del consenso nazionale (NCF, la coalizione che raggruppa i partiti minori di opposizione), e l’autorevole attivista per la difesa dei diritti umani Amin Mekki Medani, presidente della coalizione della società civile. I due anziani leader sono stati imprigionati, lo scorso dicembre, con l’accusa di mettere in pe­ricolo la sicurezza dello stato.

Inoltre, lo scorso feb­braio, i servizi di sicurezza al soldo di Bashir hanno messo in atto un rinnovato giro di vite sulla stampa, sequestrando, in meno di una settimana, diciannove edizioni di quattordici testate. Senza contare, che nel corso dell’ultimo anno sono stati chiusi centri studi e culturali di diverse tendenze, mentre alla fine di gennaio è stata revocata la licenza di operare all’Unione degli scrittori sudanesi che, per statuto, realizza attività puramente culturali.

Nella sostanza, le elezioni farsa hanno ulteriormente acuito la profonda crisi politica che vive il Sudan e la conferma arriva dagli scontri di mercoledì scorso tra due gruppi di studenti universitari a Khartoum, costati la vita al giovane Mohammed Awad.

I tafferugli sono scoppiati tra i sostenitori dell’NCP e gli studenti di un altro gruppo del Darfur, che aveva contestato la vittoria di al Bashir. Un drammatico incidente che accentua il diffuso clima di sfiducia tra la società civile e l’establishment governativo.

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