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La nuova pericolosa trasformazione di al Shabaab

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L’ultimo segnale della recrudescenza operativa del gruppo estremista al Shabaab nel Corno d’Africa è arrivato martedì con la notizia che per la prima volta i jihadisti hanno raggiunto la parte settentrionale della costa somala, finora relativamente stabile. Il movimento radicale islamico avrebbe assunto il controllo di Garad, nella regione del Puntland, nella zona settentrionale della Somalia. La città portuale è stata per diverso tempo un rifugio per i pirati, da dove lanciavano le incursioni contro le navi commerciali che transitano lungo le rotte del Mar Rosso.

Al-Shabaab militants. Photo credits AFP

Poi, l’impegno internazionale nella lotta contro la pirateria aveva restituito il controllo della città ai suoi originari abitanti, che adesso sono finiti sotto la morsa dei fanatici islamisti somali, che nei primi giorni di febbraio hanno riconquistato anche la roccaforte costiera di Merca con il suo strategico porto.

Tutto questo testimonia il tentativo di rilancio di al-Shabaab dopo una lunga stagione di insuccessi e sconfitte subite dall’AMISOM, la missione dell’Unione africana in Somalia che, dopo aver inflitto duri colpi al gruppo jihadista, negli ultimi mesi sta dimostrando di non avere più la forza per sconfiggerlo.

Ripetuti attacchi contro civili e militari

Gli estremisti somali controllano ancora gran parte delle aree periferiche nel sud e nel centro del Paese, mantenendo inalterata la capacità di portare a termine attacchi letali su larga scala per alimentare il clima di tensione, in vista delle elezioni presidenziali che si terranno la prossima estate.

Negli ultimi mesi, i ribelli islamici hanno colpito tre basi militari dell’AMISOM. Nell’ordine gli attentati sono avvenuti ai danni del compound di Lego, situato cento chilometri a nord-ovest di Mogadiscio, dove lo scorso 26 giugno più di trenta militari burundesi hanno perso la vita.

A questo episodio ha fatto seguito l’assalto compiuto dagli insorti contro la base di Janale nella regione del Basso Scebeli, distante 80 chilometri da Mogadiscio, dove lo scorso primo settembre sono rimasti uccisi cinquanta caschi verdi ugandesi sui 150 presenti nella struttura.

L’ultimo attacco degli shabaab nei confronti di un contingente AMISOM è stato messo a segno lo scorso 15 gennaio presso la base di El Ade, nei pressi della città di Ceel Cado, nel sud-ovest della Somalia, circa 550 chilometri da Mogadiscio, dove hanno perso la vita almeno cento militari keniani.

Lo scorso 26 febbraio, gli estremisti somali hanno colpito anche obiettivi civili facendo irruzione all’interno dell’hotel Somali Youth League, nel centro di Mogadiscio, dove hanno assassinato venti persone. Soltanto due giorni dopo, un altro attentato ha sconvolto Baidoa, la seconda città della Somalia, circa 260 chilometri a nord-ovest di Mogadiscio, dove sono rimaste uccise trenta persone.

Le molteplici difficoltà dell’AMISOM

Il giorno seguente alla carneficina compiuta da al Shabaab a Baidoa, l’Heritage Institute for Policy Studies di Mogadiscio ha pubblicato un report sulla situazione politico-militare in Somalia, in cui si afferma che l’AMISOM da sola non può sconfiggere i ribelli islamici e non sarà in grado di raggiungere i suoi obiettivi fino a quando le forze somale non aumenteranno la loro efficienza nella lotta al gruppo jihadista. 

Secondo i due esperti che hanno realizzato lo studio, è molto improbabile che a breve termine esercito e polizia somali siano in grado di operare in modo inclusivo. Ad influire, sono anche le diatribe tra le diverse fazioni somale che impediscono la creazione di una struttura solida in grado di supportare l’AMISOM.

Il rapporto avverte pure che i soldati della missione di peacekeeping potrebbero presto vedere il loro stipendio ridotto, dopo la decisione dell’Unione europea e delle Nazioni Unite di tagliare del 20% i finanziamenti destinati alla forza multinazionale africana.

L’attacco areo statunitense al campo di Raso

Mentre l’AMISOM sembra non essere più in grado di esercitare un’efficace azione di contrasto nei confronti dei ribelli somali, lo scorso 5 marzo, un raid aereo americano, condotto grazie all’ausilio di droni, ha distrutto il campo di addestramento di Raso, circa 200 chilometri a nord di Mogadiscio, provocando la morte di almeno 150 miliziani.

L’attacco aereo sarebbe stato condotto per neutralizzare la minaccia di un imminente attentato contro le forze speciali statunitensi schierate in Somalia, segnalata dai servizi segreti Usa.

Alcuni analisti sostengono che il movimento jihadista somalo starebbe cercando di mostrare, nel modo più letale, tutta la sua rilevanza nel Corno d’Africa per contrastare il tentativo di fare proseliti al suo interno, operato nei mesi scorsi dallo Stato Islamico.

Il fatto che l’ISIS sia riuscito a far passare tra le sue fila solo una piccola fazione di combattenti di al Shabaab guidata da Abdul Qadir Mumin, uno dei suoi leader spirituali, conferma che il gruppo intende continuare a conservare i suoi legami storici con al Qaeda, restando prevalentemente concentrato sulle questioni somale e rifiutando di abbracciare l’ideologia globalista del Califfato.

@afrofocus

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