La sindrome del terzo mandato insorge anche in Congo

Nella Repubblica del Congo è ancora vivo tra la popolazione l’eco dei violenti scontri che nel dicembre 2013, dopo la condanna a cinque anni di carcere del colonnello Marcel Tsourou, insanguinarono Brazzaville, lasciando sul terreno ventidue morti. Forse anche per questo, non si è registrato alcun incidente nel corso della manifestazione di domenica scorsa, quando oltre 300mila persone hanno sfilato per le strade della capitale contro l’annuncio del presidente Denis Sassou Nguesso di voler indire un referendum costituzionale.

Il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso Credit AFP/Archives Eric Feferberg

Le cronache locali raccontano che i manifestanti alla testa del corteo in Boulevard des Armees portavano cartelli con scritto “Sassou vattene!” oppure “32 anni al potere sono troppi”; mentre altri si distinguevano per un gioco di parole: “Sassoufit”, che in francese, lingua ufficiale della nazione, suona come “E’ abbastanza”.

La protesta è stata organizzata dai leader dei due principali schieramenti dell’opposizione: l’Iniziativa per la democrazia congolese e il Fronte congolese per la difesa della democrazia, che ritengono il referendum costituzionale nient’altro che una bassa manovra di Nguesso per potersi ricandidare a un terzo mandato.

Una designazione che costituirebbe un’aperta violazione della vigente costituzione che limita la presidenza a due mandati consecutivi, che Nguesso ha già svolto, essendo stato eletto nel 2002 e nel 2009.

La Carta Costituzionale attualmente in vigore impone inoltre un limite di età a settanta anni per potersi candidare alla più alta carica dello Stato, anch’esso ostativo per la permanenza al potere di Nguesso che il prossimo 23 novembre compirà settantadue anni.

Ma il presidente non sembra voler desistere dal suo intento, come dimostrano i cinque giorni di dialogo nazionale organizzato lo scorso luglio a Sibiti, in cui centinaia di delegati hanno votato a favore per una nuova Costituzione che permetta la candidatura a Capo dello Stato, senza requisiti di età e senza limitare il numero dei mandati.

Poi, lo scorso 11 agosto, Nguesso ha annunciato un importante rimpasto di governo dopo l’esclusione dai loro incarichi del ministro del Commercio Claudine Munari e del ministro del Servizio Civile Guy-Brice Parfait Kolelas, che si opponevano alla modifica costituzionale. I due ministri rimossi sono stati sostituiti da due fedelissimi del presidente: Euloge Kolelas Landry, fratello del destituito responsabile del dicastero del Servizio Civile e Jean-Marc Thystere Tchicaya, nominato alla guida ministero del Petrolio.

Infine, il 22 settembre, attraverso la Radio nazionale, Nguesso ha dato il solenne annuncio di restituire la parola al popolo affinché si pronunci su un progetto di legge che enuncia i principi fondamentali della repubblica, definendo i diritti e i doveri dei cittadini e fissando nuove forme di organizzazione e nuove regole di funzionamento dello Stato.

Un panegirico che nasconde l’obiettivo di apportare le opportune modifiche alla Carta per consentire all’uomo forte di Brazzaville di restare alla guida del Paese africano. Senza contare, che non è stata fissata alcuna data per il referendum costituzionale.

La sete di potere di Nguesso sembra davvero inestinguibile, considerato che da oltre trent’anni è a capo del Congo, con un solo piccolo intervallo tra 1992 e il 1997, quando con il finanziamento della compagnia petrolifera francese Elf e l’aiuto dell’Angola scatenò la guerra civile contro Pascal Lissouba, legittimo vincitore delle elezioni nel 1992.

Le opposizioni, finora compatte per impedire a Nguesso di portare a compimento il suo progetto di revisione, hanno definito l’annuncio, un tentativo di colpo di stato costituzionale. Pascal Tsaty Mabiala, primo segretario dell’Unione panafricana per la democrazia sociale (UPADS), ha paragonato il referendum a “una dichiarazione di guerra al popolo congolese”.

Un altro esponente di spicco del dissenso come Joseph Ouabari Mariotti, ex ministro della Giustizia durante la presidenza di Pascal Lissouba, ha lasciato intendere che stavolta le opposizioni reagiranno. Difficile, però, prevedere se alle parole seguiranno i fatti, dato l’atteggiamento piuttosto remissivo mostrato in passato.

Per una seria disamina della situazione congolese, va anche ricordato che da quando Nguesso nel 1997 ha ripreso il potere, la situazione sociale si è stabilizzata e l’economia sviluppata. Nel frattempo il suo governo ha sviluppato il culto della personalità nei confronti del capo supremo, il debito pubblico è salito al 34% rispetto al 23% del 2011, il livello di impiego giovanile è ai minimi storici e il Congo è relegato al 178esimo posto su 189, nella graduatoria stilata dalla Banca Mondiale nel rapporto Doing Business 2015: Going Beyond Efficiency, che analizza i regimi normativi applicati alle imprese nei singoli Paesi, desumendone conseguentemente il grado di competitività.

C’è comunque da evidenziare che Sassou Nguesso non è il solo autocrate africano che aspira a prolungare la presidenza mettendo mano alla Costituzione. Poco meno di un anno fa, la brama di presidenza eterna ha provocato la destituzione di Blaise Compaoré in Burkina Faso; mentre nell’altro Congo, quello che una volta si chiamava Zaire, il presidente Joseph Kabila, eletto nel 2006 e confermato nel 2011, aspira a un terzo mandato nonostante la Costituzione non lo preveda. Lo stesso vale per il presidente del Ruanda, Paul Kagame, anch’egli al secondo mandato e dal 1994 al governo del Paese.

Per non parlare di Pierre Nkuruziza, che nei mesi scorsi ha trascinato il Burundi sull’orlo di una guerra civile pur di farsi ricandidare e tornare per la terza volta al potere con elezioni delegittimate.

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